Visita virtuale, testi e scelta delle immagini, a cura di Susanna Moser.
4.1 – Sarcofago di sacerdotessa 4.2 – Stola copta
4.3 – Maschera-pettorale di mummia 4.4 – Cartonnages tolemaici
4.5 – Terrecotte greco-romane 4.6 – Terrecotte copte
4.7 – Ceramica islamica //

L’ultima sala dedicata alla collezione Egizia del Museo ospita materiali che appartengono tutti ai periodi più recenti della storia dell’antico Egitto, eccezion fatta per il sarcofago di sacerdotessa (vedi 4.1): dalla dominazione dei Greci con la dinastia Tolemaica, a quella dei Romani, fino alla conquista araba avvenuta nel 640 d.C. circa.
Chiudere l’esposizione con la fine della storia antica del paese del Nilo ha lo scopo di segnalare al visitatore che l’Egitto non ha cessato di esistere con la fine delle dinastie faraoniche, ma che la sua storia si è dipanata ininterrottamente fino ad oggi, facendolo diventare il paese che conosciamo.

4.1  Sarcofago di sacerdotessa

 

Legno stuccato e dipinto
Altezza complessiva 60 (cassa 35); lunghezza 190; larghezza 62 cm
Fine della XXI dinastia (X secolo a.C.)

Il sarcofago antropoide, in legno stuccato e dipinto, contiene ora una mummia non pertinente. Le indagini eseguite hanno permesso di stabilire che si tratta del corpo di un uomo anziano, imbalsamato in maniera frettolosa e approssimativa, cosa che ha suggerito una probabile datazione all’Epoca Greco-Romana (dal 332 a.C. al 395 d.C. circa). Nel torace sono addirittura presenti due costole in più, segnale di una bottega di imbalsamatori che lavorava su molti cadaveri contemporaneamente. La mummia è ora priva delle sue bende: è possibile che sia stata sbendata nel XIX secolo, epoca in cui la sfasciatura costituiva un vero e proprio spettacolo, con tanto di pagamento del biglietto d’ingresso.
Il sarcofago ha proporzioni tozze e superficie dominata dal colore giallo. Sulle pareti esterne e sul coperchio la ricca iconografia è ora poco leggibile per l’indebolimento delle tinte, che hanno perduto la loro vivezza originaria, tanto che le figure conservano quasi esclusivamente le linee di contorno tracciate in rosso.

Il coperchio

Il coperchio presenta un volto a lineamenti regolari, con grandi occhi, naso dritto (purtroppo ora spezzato) e piccola bocca serrata; non ci sono tracce del foro per l’attacco della barba divina.
La defunta indossa una lunga parrucca, con piumaggio sui lati, trattenuta sulla fronte da una fascia decorata a pendenti di fiori di loto. Le due bande della parrucca scendono sul petto, a trecce rese da quadrettatura policroma, legate a metà altezza da doppio nastro rosso. La sommità del capo, piatta, conserva il colore corvino dei capelli. Le bande della parrucca terminano orizzontali, subito sopra i seni, di forma semicircolare con una rosetta rossa a coprire i capezzoli. Tutta la parte superiore, dal petto al ventre, è occupata dal collare usekh a molti giri di perline, e da una ghirlanda vegetale, terminante in basso con fiori di loto; il petto è attraversato da due nastri diagonali rossi, che si incrociano al centro. Le mani, mancanti, probabilmente stese, erano realizzate a parte e fuoriuscivano incrociate al di sotto dei seni. La parte centrale presenta diversi registri con molte figure che fungono da semplice riempitivo (horror vacui) e che raffigurano, dall’alto, un disco solare alato, due figure di Osiride che hanno uno scarabeo tra loro, una dea Nut alata e altre due figure di Osiride con in mezzo un pilastro ged, la colonna vertebrale di Osiride. La metà inferiore del coperchio è separata da un’alta fascia decorativa terminante in alto con una teoria di cobra urei. A partire da questa fascia, la zona sottostante è divisa in tre colonne, a loro volta suddivise ciascuna in due registri. Queste tre colonne sono separate da due colonne di geroglifici che continuano anche sui piedi. Tutte le scene mostrano svariati geni funerari, alcuni di fronte ad Osiride, mentre al centro si riconoscono anche un nodo tit, simbolo di Iside e della sua protezione magica, nel registro superiore e un simbolo dell’occidente in quello inferiore. Sui piedi, al centro, tre colonne di geroglifici, ai lati due figure di avvoltoio con flagello e ankh tra le zampe. Tutti i testi riportano banali formule funerarie e non lasciano mai lo spazio al nome della defunta proprietaria del sarcofago, dimostrando come questo reperto sia il frutto di una produzione seriale.

La cassa

 

I fianchi esterni mostrano lungo l’orlo un fregio costituito da urei poggianti su un piano a riquadri rossi e azzurri, tra linee verticali. Il campo principale è decorato a pannelli, in cui vignette si alternano a colonne di testo, le quali ripetono con insistenza le medesime formule, che neanche in questo caso menzionano mai il nome della defunta. Le scene raffigurate nei pannelli sono popolate da figure di Osiride e di geni funerari, assieme a simboli come il pilastro ged, il feticcio di Abido, altro simbolo di Osiride, e il nodo tit, e sono tutti in relazione con il mondo dei morti. Anche qui molte piccole figure fanno da riempitivo. Da notare sono: l’ultima scena del fianco destro (in corrispondenza dei piedi), che mostra un motivo a fasce diagonali sinuose e punteggiate, rosse e blu, a indicare la montagna sacra dell’Occidente, cioè il luogo dove, a Tebe, sorgeva la necropoli; e l’ultima scena del fianco sinistro, la quale mostra, a sinistra, una cappella funeraria presso la montagna occidentale.

L’interno invece, nonostante ampie lacune, è inalterato e mostra ben leggibile la sua ricca decorazione e la policromia originaria, che, come di regola in questo tipo di sarcofago, è di qualità superiore rispetto a quella esterna. La moltitudine delle immagini, distribuite in vignette alternate a colonne di geroglifici, così come i testi stessi, ripropone il culto del dio Osiride e del sole, affermando l’idea del viaggio eterno dell’astro, a cui la defunta partecipa essendo ella stessa una parte del grande dio. Sul fondo della cassa, al centro, si vede una figura maschile mummiforme, in piedi e con un cono di profumo sulla testa, che potrebbe rappresentare un defunto (o il dio Osiride), davanti al cui volto vi è una dea in forma di cobra alato. Il resto della superficie è coperto da immagini di geni funerari e simboli legati al mondo dei morti e alla rinascita. Entrambi i lati, invece, sono decorati rispettivamente con tre pannelli raffiguranti tre geni mummiformi stanti, alternati a fasce di geroglifici senza senso, mentre la parte corrispondente alla testa reca una bella immagine di un ba, l’anima dei defunti raffigurata come un uccello dal volto umano, in questo caso visto frontalmente.
Puntuali confronti con sarcofagi custoditi presso il Museo nazionale di Napoli, il British Museum e il Petrie Museum di Londra, evidenziano la sua appartenenza al gruppo dei cosiddetti “yellow coffins”, datato alla fine della XXI dinastia e in uso particolarmente nell’ambito della casta sacerdotale di Amon a Tebe. Dal momento che si tratta di un sarcofago femminile, la proprietaria fu probabilmente una sacerdotessa di Amon vissuta nella zona tebana.

4.2  Stola copta

Lino e lana
Altezza 81 cm
IV-VI secolo d.C.
Da Assuan

Questo frammento di tessuto fu rinvenuto nel 1905 in una tomba privata all’interno della necropoli di Assuan, sulla riva destra del fiume, dirimpetto al nilometro di Elefantina, in Alto Egitto.
Sebbene lo scopritore ritenesse che essa fosse la stola di un prete copto, questa fascia di lino ricamata è in realtà una banda che decorava le tuniche, le cui estremità sono provviste di una sorta di goccia terminale. Queste bordure normalmente erano ricamate o cucite sulle tuniche attorno al collo, e scendevano in due bande parallele verticali lungo il petto. In base alla forma, è possibile che questa non si limitasse a girare attorno al collo, ma decorasse anche un cappuccio. I ricami sono eseguiti in lana: su un fondo rosso vi sono motivi geometrici e vegetali, i cui colori prevalenti sono il nero e il giallo.

4.3  Maschera-pettorale di mummia

Tessuto stuccato e dipinto
Altezza 70 cm
Epoca Romana (III-IV secolo d.C.)

Il pettorale, completato dalla maschera realizzata in rilievo, è realizzato su un supporto di tela, che è stato stuccato e poi dipinto, ottenendo una vivace policromia.
Il restauro, realizzato nel 2005, ha ridato forma al volto femminile, molto probabilmente il ritratto della defunta, che era schiacciato e smembrato: circondato da folti capelli neri è comunque poco conservato; si vedono bene gli occhi grandi e si intuisce la forma del naso. Sulla fronte un diadema forse di foglie d’alloro, con medaglione centrale a rilievo. Alle orecchie sono presenti i fori che fanno pensare a gioielli autentici, a differenza della collana a grani con pendente circolare, che è soltanto dipinta. L’abito della defunta è una tunica con decorazioni sulle spalle, che lascia scoperte le braccia, distese lungo il corpo. Sul petto si riconoscono le zone dov’erano applicati i seni, fatti in gesso in rilievo. Al di sotto, lo spazio del pettorale è occupato da due scene sovrapposte; in alto tre divinità femminili sono sedute una dietro l’altra, tutte rivolte verso sinistra. In basso è raffigurato Anubi nell’atto di completare la mummificazione della defunta, la cui mummia è distesa sul letto funerario a protome leonina, mentre una divinità femminile assiste alla scena.
Il pettorale è inquadrabile nella produzione del Medio Egitto di III-IV secolo d.C. e mostra chiaramente qual era l’interpretazione in stile romano delle usanze e dei soggetti faraonici.

Vetrina 4.4 Cartonnages tolemaici

Il cartonnage (un materiale composto da strati di tela di lino o di papiro incollati assieme, poi stuccati e dipinti) continua ad essere utilizzato anche in Epoca Tolemaica (332-30 a.C.): eredi degli involucri che nella XXI-XXII dinastia (1070-715 a.C.) coprivano interamente le mummie, i pettorali e gli scarabei sono elementi separati, che venivano soltanto appoggiati sopra le bende.

4.4.1 Scarabeo alato

Tessuto stuccato, dipinto e dorato
Altezza 13 x 26 x 1
Epoca Tolemaica (332-30 a.C.)

L’oggetto era posto all’altezza del cuore sulla rete o sulle fasce che avviluppavano la mummia. La parte anteriore riproduce lo scarabeo ad ali spiegate che sostiene il disco solare del mattino e con le zampe inferiori regge l’anello shen, simbolo di eternità; i contorni sono arricchiti dall’applicazione di foglia d’oro. Sulla parte posteriore è iscritto un testo in scrittura ieratica (una scrittura corsiva originata dalla semplificazione dei segni geroglifici), di 5 righe sull’ala destra, di 12 sul corpo e ancora di 5 sull’ala sinistra. Il testo è stato tracciato frettolosamente da uno scriba di cultura molto modesta, con un calamo e con un inchiostro di qualità mediocre, per cui la leggibilità è spesso difficile, quando non decisamente compromessa. La lettura è ulteriormente complicata dai frequenti errori d’ortografia.
Il proprietario dello scarabeo era Cia-en-khonsu, figlio della dama Mut-en-per-mes, ed era verosimilmente tebano (i nomi formati con i teonimi Khonsu e Mut, propri della triade tebana, sono indicativi, assieme alla menzione nel testo della città di Tebe concepita come figura divina).
La presenza di un testo sul verso dello scarabeo e il contenuto di esso (che pone il defunto sotto la protezione di alcune divinità, a volte identificandolo con esse), di cui non sembrano esistere paralleli noti, rendono questo reperto un oggetto assolutamente unico.

4.4.2 Pettorale di mummia

Tessuto stuccato e dipinto
Altezza 67 cm
Epoca Tolemaica (332-30 a.C.)

Il pettorale presenta cinque registri decorati con soggetti di natura funeraria.
Nel primo registro è dipinto lo scarabeo alato che sostiene il sole tra due figure mummiformi sdraiate, allusione al sole che sorge ogni mattina dal notturno aldilà.
Nel secondo vi è la dea Nut ad ali spiegate, in atteggiamento di protezione del defunto.
Nel terzo registro la mummia del defunto, stesa sul letto funebre, viene rivitalizzata dal ba, la sua anima, in volo sopra di lei. Sotto il letto sono posti quattro sacchetti di lino, probabilmente contenenti aromi. Attorno al feretro quattro figure divine, Iside e Heka a destra e Nefti e Anubi a sinistra. Sopra la testa della mummia compare il segno dell’occhio con le lacrime, che evidentemente descrive l’azione di piangere la morte del defunto.
Gli ultimi due registri sono divisi in due sezioni da una colonna verticale di geroglifici che riporta il nome del defunto sulla cui mummia era posto il pettorale: Maat-pa-ankhi, figlio di Hor-nebi e della dama Ta-sherit-imen.
Nel quarto registro vi sono i Quattro Figli di Horo, mentre nel quinto altri quattro geni mummiformi stanti.
La decorazione è completata in basso da due fiori di loto.
Il lavoro è certamente di Epoca Tolemaica e proviene con ogni probabilità da un’officina della regione di Ermonti, come mostrano i confronti con alcuni pettorali del British Museum, nei quali si ritrovano le stesse iscrizioni.

Vetrina 4.5  Terrecotte greco-romane

Il vasto repertorio di terrecotte di epoca greca e romana è quasi completamente inerente alla sfera del sacro: figure di divinità, statuine beneauguranti, ecc. Tuttavia, non si tratta dei culti delle più note ed importanti divinità del pantheon egizio, bensì di quelle più amate dalla religiosità popolare e domestica.

4.5.1 Torsi e teste di Serapide

Alabastro, marmo e terracotta
Altezza circa 12 e 6 cm
II-III secolo d.C.

Serapide fu l’unico dio a comparire ex novo nel ricco pantheon greco-romano. Creato dal faraone Tolomeo I, fu il frutto della politica di fusione tra il mondo egizio e quello greco, nell’intento di legittimare il potere della dinastia straniera. Mentre assommò nel proprio i nomi degli dei Osiride e Apis, non ebbe l’aspetto mummiforme di Osiride né quello taurino di Apis, ma le caratteristiche fisiche degli dei greci, come Zeus e Poseidone.
Il maestoso dio, oltre ad essere collegato al culto dei morti, era divinità della vegetazione: il suo copricapo a forma di kalathos, vaso che serviva come unità di misura per il grano, simboleggia infatti la ricchezza da lui dispensata. Sotto i faraoni tolemaici il suo culto rimase circoscritto ad Alessandria e alle città greche, mentre sotto Roma divenne il dio principale dell’Egitto, come garante della fecondità del regno, assumendo un valore universale ed estendendo il proprio culto in tutto l’Impero, fino ai più lontani confini settentrionali.
Questa divinità è solitamente raffigurata come uomo barbuto, con capigliatura e barba lunghe e ricciolute, vestito della tunica e con le spalle coperte da un manto drappeggiato. Si distingue da altre divinità greche proprio grazie al kalathos che porta sempre sul capo.

4.5.2 Testa di Iside

Terracotta ingobbiata
Altezza 9,8 cm
Epoca Romana (30 a.C. – 395 d.C.)

Nel periodo greco-romano l’immagine della dea Iside si arricchì di una nuova estetica divenendo una dea ricca di sensibilità, di femminilità sensuale e materna. Divinità protettrice, si trasformò, per assimilazione con la maggior parte delle altre dee, in universale e fu detta la dea dai mille nomi.
Della figurina rimane solo la testa. I capelli scendono ai lati del collo in lunghi riccioli. In capo porta il diadema rotondo sormontato dalla corona isiaca, composta da un piccolo disco solare dietro al quale stanno due alte piume (che in altri esemplari sono rese come due spighe di grano). Davanti alla spalla destra si riconosce la parte superiore del cobra ureo che la dea sorregge con la mano destra. Sulla spalla sinistra si intuisce la presenza della corona di fiori portata diagonalmente sul busto. I confronti permettono di ipotizzare che la figura avesse corpo serpentiforme. Modellata in stampo, ha retro lisciato e interno cavo; conserva tracce del rivestimento bianco sul quale erano i colori.

4.5.3 Testa di Athena/Neith

Terracotta ingobbiata e dipinta
Altezza 10,5 cm
II-III secolo d.C.

La dea egizia Neith, protettrice del faraone e dea guerriera, raffigurata a volte con arco e frecce, venne in periodo romano assimilata alla dea Atena-Minerva. Della figura rimane solo la testa sormontata dall’elmo, al centro del quale c’è un piccolo disco da cui nascono due piume. Il volto dai lineamenti fini è affiancato dai capelli, raccolti sulla nuca in una tipica pettinatura ellenistica. Realizzata a stampo, ha retro lisciato, interno cavo e conserva tracce del rivestimento bianco e del colore rosso.

4.5.4 Statuine di Arpocrate

Terracotta
Altezza tra 22 e 11,5 cm
Epoca Romana (30 a.C. – 395 d.C.)

In epoca greco-romana il dio Arpocrate non fu più un bimbetto magro e longilineo in posizione ieratica, ma divenne un putto grassoccio e spesso scomposto, che del suo antenato conservava solo la corona faraonica e il dito alla bocca, anche se non sempre. Il dio fu, soprattutto nel Fayum, una divinità agraria, protettrice dei raccolti. La cornucopia, che spesso tiene in mano, è simbolo di fecondità ed evoca il collegamento con il padre Osiride-Serapide, dio della vegetazione. Inoltre Arpocrate, come sua madre Iside, aveva il potere di allontanare i mali e proteggere dal morso degli animali velenosi. La grande produzione di queste statuine si spiega con la popolarità del suo culto, soprattutto nei ceti più bassi della società egiziana di allora.
Il giovane dio è nudo oppure veste una corta tunica dalle ricche pieghe, sul capo porta, alternativamente, due boccioli di loto o diversi tipi di corone, spesso sovrapposte a una ghirlanda di fiori. Può essere raffigurato seduto o in piedi, più raramente a cavallo. Tra i suoi attributi, oltre al dito indice della mano destra portato alla bocca, ci possono essere un otre, che tiene sotto il braccio sinistro, o una cornucopia.
Le figurine erano fatte a stampo, con retro lisciato, che a volte ha un foro circolare per la miglior riuscita nella cottura. A volte conservano tracce del rivestimento bianco.

4.5.5 Teste di Arpocrate

Terracotta ingobbiata
Altezza tra 5 e 8 cm
Epoca Romana (30 a.C. – 395 d.C.)

Di queste statuine del dio si sono conservate solo le teste. Quella a sinistra ha corti capelli appena segnati a riccioli e aderenti al capo, con la grossa treccia dell’infanzia sul lato destro, in cui è fissata una sfera ornamentale. Porta sulla sommità del capo un’inconsueta acconciatura a piccola cresta, forse un ciuffo di capelli o una vaporosa piuma. Sul collo tracce della collana a cui doveva essere appeso un medaglione. Quella centrale ha capo rasato con la treccia sul lato destro della testa, e all’angolo sinistro (per l’osservatore) della bocca si vede l’incavo su cui posava il dito indice.
La terza ha un visino minuto circondato dai riccioli e dalla corona di rose e nastri; il capo è sormontato da una piccola corona doppia dell’Alto e Basso Egitto. Si riconosce la mano destra col dito teso alla bocca.

4.5.6 Amuleti di Arpocrate

Faïence verde
Altezza circa 4 cm
Epoca Romana (30 a.C. – 395 d.C.)

Questi due piccoli amuleti del dio Arpocrate hanno volti infantili e la posizione è quella tipica dell’iconografia del dio. L’amuleto di sinistra è lavorato a tutto tondo (con retro più stilizzato) e mostra il dio stante appoggiato a una palma che circonda con il braccio sinistro, mentre quello destro è piegato per portare alla bocca il dito indice. In quello di destra il dio è seduto a terra e regge con la sinistra un vaso, mentre porta la destra verso il volto, che è estremamente stilizzato.

4.5.7 Statuina di Bes

Terracotta ingobbiata
Altezza 9,5 cm
Epoca Romana (30 a.C. – 395 d.C.)

In periodo greco-romano il dio viene raffigurato in conformità al tipo fissato nel Nuovo Regno (1543-1078 a.C.) e mantiene le sue prerogative. La figurina del dio dal corpo di nano con grande testa è spezzata superiormente, per cui è andato perduto il copricapo a ciuffo di piume. Il volto dallo sguardo truce e dai lineamenti ferini è incorniciato dalla barba ispida e disposta a ventaglio. Ha orecchie sporgenti, mento pronunciato e gomiti in fuori con le mani sui fianchi, seno pendente, pancia rigonfia e corte gambe aperte tra cui è il sesso. Modellata in stampo doppio, ha interno cavo. Il retro leggermente sagomato e lisciato, presenta il foro circolare per la miglior riuscita in fase di cottura. Conserva tracce del rivestimento bianco.

4.5.8 Statuine di Priapo

Terracotta
Altezza circa 15 cm
Epoca Romana (30 a.C. – 395 d.C.)

Dio della mitologia classica, Priapo era dio della fertilità, protettore dei campi – in particolare degli orti e dei giardini – che difendeva dai ladri e dagli uccelli molesti. Fu anche simbolo di forza virile generatrice ed è raffigurato come un uomo tarchiato fornito di un attributo sessuale di dimensioni gigantesche, mostrando nell’aspetto una diretta derivazione-fusione con Bes. Il dio ha la fronte segnata da larghe rughe, sguardo corrucciato, orecchie a punta e barba. Porta sul capo un piccolo modio (vaso a forma di tronco di cono rovesciato che serviva come misura per il grano) affiancato da fiori e foglie. Indossa un’ampia tunica con maniche che tiene sollevata con la mano sinistra al di sopra dell’ombelico per lasciare ben visibile il grosso fallo che, realizzato a parte, era sporgente ed è andato spezzato. Tutti e tre gli esemplari, realizzati a stampo, presentano interno cavo e retro lisciato con, all’altezza del collo, un piccolo rigonfiamento a presa, forato orizzontalmente per appendere la figurina.

4.5.9 Figura itifallica

Terracotta e pietra
Altezza circa 6 cm
Epoca Romana (30 a.C. – 395 d.C.)

La produzione di figurine apotropaiche rispose probabilmente allo spirito ludico di osservare immagini raffiguranti, senza ambiguità, il potere sessuale, anche se in chiave completamente fantastica e non priva di gusto grottesco. La piccola figura nuda nell’immagine è seduta a terra su una piatta base rettangolare ed ha tra le gambe piegate un membro di proporzioni smisurate dritto orizzontale. Tiene con ambo le mani, davanti al petto, una piccola stele priva di iscrizioni, arcuata superiormente, sulla quale poggia il mento. Il volto è reso sommariamente, il cranio è rasato e presenta una treccia di capelli sul lato destro. Conserva tracce di colore rosso e nero.

4.5.10 Amuleto itifallico

Faïence verde
Altezza 3,2 cm
Epoca Romana (30 a.C. – 395 d.C.)

Nella foto, il piccolissimo personaggio realizzato in forme squadrate è seduto a terra con le gambe piegate e tiene con ambo le mani ritto davanti a sé il proprio fallo di dimensioni sproporzionate, poggiante alla spalla sinistra. Il volto mostra marcati tratti caricaturali. La figura poggia su una base quadrilatera liscia ed ha sulla schiena un foro passante per essere sospesa.

4.5.11  Figura di coppia in atto amoroso

Terracotta ingobbiata e pietra dipinta
Altezza tra 6 e 11 cm
Epoca Romana (30 a.C. – 395 d.C.)

Nella figura, su una base lineare, sono distesi due personaggi: una donna e, tra le sue gambe, una figura maschile nuda con un lungo fallo. Modellata in stampo presenta retro piatto e liscio come la base. Anche le piccole statuine che, come questa, ritraggono coppie durante l’atto amoroso fanno parte di quella categoria di oggetti che, probabilmente con funzione beneaugurante, alludeva alla potenza generativa mediante espliciti rimandi all’atto procreativo per eccellenza.

4.5.12 Figure “baubo

Terracotta
Altezza circa 6 e 10 cm
Epoca Romana (30 a.C. – 395 d.C.)

Già considerate come ex voto offerti da donne incinte alla dea Iside-Bubasti dopo il parto, queste figurine dette “baubo”, dal significato ambiguo, sono forse amuleti apotropaici portatori di fecondità. Rappresentano figure femminili nude, viste di fronte e con le gambe divaricate piegate “a rana”, in modo da mettere in risalto il sesso a cui solitamente scende la mano destra in segno di offerta. Gli esemplari del museo sono modellati in stampo doppio con rare tracce del rivestimento bianco, hanno lavorazione poco accurata e rilievo schiacciato e rovinato. In un caso l’interno contiene un piccolo nucleo libero di muoversi che fa pensare a un sonaglio.

4.5.13 Figura di portatrice di cesto

Terracotta ingobbiata
Altezza 15,5 cm
II-III secolo d.C.

La sottile figurina femminile stante ha forme snelle, rese da un modellato poco curato. Tiene con ambedue le braccia sollevate, con i gomiti sporgenti, un cesto basso e largo in bilico sopra la testa, che contiene delle offerte poco leggibili: dovrebbe trattarsi di pigne e al centro di un cobra eretto. La veste dalle spalle scende sulla schiena ed è annodata ai fianchi ricadendo a terra e lasciando nudi il petto, il ventre e la gamba sinistra. I piedi nudi divaricati poggiano su una bassa base irregolare, inferiormente aperta. Modellata in stampo, la figurina ha retro liscio con il foro per la miglior riuscita della cottura. L’interno è cavo e sulla superficie molte sono le tracce del rivestimento bianco.

4.5.14 Figura di giovane sacerdote

Terracotta
Altezza 8 cm
Epoca Romana (30 a.C. – 395 d.C.)

La piccola figurina rivela una lavorazione poco accurata. Il cranio e la nuca sono rasati, ma presentano la treccia di capelli legata sul lato destro, al di sopra dell’orecchio, e una benda posta trasversalmente che ricade dietro l’orecchio sinistro dov’è fissato un fiore. L’uomo, stante, indossa un manto che ne avvolge il corpo con larghe pieghe e lascia libera la spalla sinistra. Il braccio destro, steso lungo il corpo, tiene un oggetto rotondeggiante. Il braccio sinistro piegato è tenuto davanti. Il corto manto lascia libere le gambe nude, spezzate al di sotto delle ginocchia. Modellato in stampo doppio, conserva tracce del rivestimento bianco.

4.5.15 Testa di negro

Terracotta ingobbiata e dipinta
Altezza 4,5 cm
Epoca Romana (30 a.C. – 395 d.C.)

Il volto ha lineamenti negroidi con labbra grosse, piccolo naso rincagnato e occhi rotondi spalancati, fronte segnata da rughe. Il capo è rasato e circondato da una banda di capelli realizzata con l’applicazione di una coroncina d’argilla lavorata a ciocche, che evidenzia le grandi orecchie. Conserva tracce di rivestimento bianco e di colore rosso e nero.

4.5.16 Vasi plastici configurati

Terracotta
Altezza tra 7,5 e 12 cm
Epoca Romana (30 a.C. – 395 d.C.)

Il vaso di sinistra ha il volto dai lineamenti marcatamente negroidi e capelli corti che formano un caschetto riccioluto. Sotto il mento, un’alta base circolare decorata da tre archetti o petali di loto. Il retro è liscio e superiormente s’innalza a formare un’imboccatura circolare. Rimangono tracce del rivestimento bianco. Gli altri due sono vasi di forma cilindrica, con base piana e manico ad arco ribassato a sezione circolare, fissato all’interno dell’orlo assottigliato. Le pareti sono esternamente decorate a rilievo con due volti contrapposti: uno giovanile, forse Bacco, che ha lunghi boccoli, benda sulla fronte e fiori e foglie tra i capelli; l’altro, maschile, ha sopraccigli corrugati, cornetti e orecchie a punta, fiori e boccoli. Il terzo vaso, a destra nella foto, conserva abbondanti tracce del rivestimento bianco, che appiattisce il rilievo rendendolo quasi illeggibile, e di colore rosa e nero.

4.5.17 Teste femminili

Terracotta ingobbiata
Altezza tra 8 e 9 cm
II secolo d.C.

Queste teste a collo pieno sono degli oggetti completi. Non devono essere interpretate come dei modellini di acconciature e nemmeno come teste votive da offrire al tempio per grazia ricevuta. Il loro uso si fa risalire a una tradizione greca: per beneficiare delle virtù fecondatrici di un elemento come l’acqua o delle forze generatrici di vita, era in uso dedicare agli avi una parte della propria persona, all’occorrenza i propri capelli, come è testimoniato da una stele al British Museum raffigurante due trecce di capelli e la dedica. Nell’Egitto romano, nel culto funerario, queste teste sostituivano l’offerta di capelli veri.

I piccoli e graziosi volti sono dominati dall’abbondante acconciatura che nella maggior parte degli esemplari ricalca la moda del II-III secolo presso le dame di Roma: i lunghi capelli suddivisi in ciocche formano una gonfia cuffia a costolature radiali “a melone” e sono fissati in una piccola crocchia sulla nuca; diademi sormontano una piccola acconciatura a crestina sulla sommità del capo da cui sul retro una treccia scende alla crocchia. Originariamente portavano un paio di orecchini, probabilmente di metallo, che erano inseriti nei fori circolari ai lobi.

Vetrina 4.6  Terrecotte copte

Le terrecotte di epoca copta (del periodo in cui la religione Cristiana si affermò in Egitto, che convenzionalmente si data dal 395 al 641 d.C.) si distinguono da quelle precedenti non per i soggetti, sempre legati alla religiosità soprattutto popolare, ma per un cambiamento nello stile, meno naturalistico del precedente, e per la comparsa di soggetti e simboli chiaramente legati alla nuova religione.

4.6.1 Ampolle di San Menas

Terracotta ingobbiata
Altezza tra 7,5 e 10,5 cm
Periodo Copto (395-641 d.C.)

Il Museo possiede dodici ampolle di terracotta di vario colore, talvolta mancanti del collo, di una o di entrambe le anse, che fanno parte di una specifica categoria di oggetti: le cosiddette Ampolle di San Menas.
Le ampolle, piene di acqua benedetta, erano riportate dai pellegrini che visitavano il santuario del santo presso il monastero di Abu Mina (che in arabo significa “San Menas”), sulle rive del Lago Mareotide. Della vita del santo si hanno versioni molto contrastanti, le quali tuttavia concordano su due aspetti: il martirio e il legame con i cammelli. Si narra, infatti, che i cammelli che trasportavano le sue spoglie mortali, giunti nel luogo in cui sorse poi il santuario, si fermarono da soli e non ci fu modo di spostarli. Questa leggenda spiega bene il fatto che spesso San Menas è rappresentato affiancato da due cammelli.
Il tipo di ampolle ha forma particolare: il corpo dei vasi è rotondo e piatto, decorato a stampo su entrambe le facce, il collo è abbastanza lungo e cilindrico, con l’imboccatura a volte leggermente svasata, e due anse simmetriche che partono dalla base dell’imboccatura per arrivare alla spalla. Le decorazioni a rilievo sono varie e quasi sempre racchiuse entro un medaglione ed il rilievo spesso è di cattiva qualità, a causa dell’usura dello stampo con cui si ricavava un gran numero di esemplari; fatto che testimonia la popolarità di questo tipo di oggetto. Nel caso delle ampolle del Museo, le decorazioni riproducono San Menas stante affiancato da due cammelli, iscrizioni in greco che identificano l’ampolla stessa come ricordo del pellegrinaggio, una croce e, infine, una testa dai tratti negroidi di profilo.

4.6.2 Figure di oranti

Terracotta ingobbiata e dipinta
Altezza 14, 13 e 11 cm
Periodo Romano o Copto (30 a.C. – 641 d.C.)

Queste tre statuine in terracotta sono state eseguite a stampo, immerse in un bagno di latte di calce e probabilmente dipinte a colori vivaci, anche se di questi colori ormai non resta più traccia, tranne alcuni particolari in nero. La tecnica con cui sono eseguite è quella comune nel periodo greco-romano, ma ciò che rende questi esemplari differenti da quelli più antichi è il soggetto rappresentato: si tratta di figure femminili, con le braccia alzate, sedute quasi a gambe incrociate, che dovevano essere poste su dei troni o altri supporti ora perduti. La loro posizione è la stessa che assumevano i primi Cristiani durante la preghiera, da cui il nome di oranti. Oggetti di questo tipo sono stati rinvenuti nelle tombe dell’area del Fayum, come parte del corredo. Non è chiaro, tuttavia, il loro reale significato: all’interno di alcune di esse vi è una pallina di terra, il che – assieme alle numerose riparazioni – ha fatto supporre che si trattasse di sonagli e giochi per bambini. Sembra però plausibile, in ogni caso, associare questi materiali all’affermarsi della religione cristiana.

4.6.3 Busto femminile

Terracotta ingobbiata e dipinta
Altezza 10,5 cm
Periodo Copto (395-641 d.C.)

Questo piccolo busto in terracotta, forse parte di una bambola o figura di orante, presenta una rottura all’altezza della vita e un’altra che ha portato via parte dell’acconciatura. La figurina, dalla dubbia funzione, è stata realizzata anteriormente con uno stampo e chiusa posteriormente da un foglio di argilla semplicemente lisciata; l’interno è cavo ed ha particolari dipinti in nero dopo la cottura.
La figura femminile, per quanto molto stilizzata, ha le braccia allargate con manto che ricopre la testa e ricade sulle spalle. L’acconciatura a riccioli è tenuta ferma da un voluminoso diadema. Agli orecchi vi sono due orecchini con pendente, al collo una larga collana ed una catena più lunga con un medaglione. In nero sono segnate due fasce verticali che probabilmente erano intese come bande decorative della tunica; tra le due collane invece, vi è un piccolo cerchio con all’interno una croce, la quale suggerisce un collegamento con l’ambiente cristiano. I confronti suggeriscono una datazione tra VI-VII secolo.

4.6.4 Colomba

Terracotta ingobbiata e dipinta
Altezza 7,5 x 6,2 x 11,2
Periodo Copto (395-641 d.C.)

Questa figurina rappresenta, in maniera abbastanza stilizzata, una colomba che poggia su di una piccola base piatta di forma ovale, tagliata orizzontalmente sul davanti. Le ali sono chiuse, il piumaggio è reso con rilievo appena accennato e con incisioni a spina di pesce. Sul lungo collo diritto la piccola testa ha occhi rotondi incavati e becco chiuso appena accennato. La coda a spatola è alzata e le penne sono segnate da linee diritte, il bordo è ondulato. Le grosse zampe, più simili a quelle di una tartaruga, sono piegate sotto il corpo e la loro superficie è decorata da un’incisione a reticolato; sul davanti sono invece segnate le dita. In vari punti della superficie si nota ancora che la statuina doveva essere stata imbiancata con il latte di calce e poi forse dipinta.

4.6.5 Lucerne

Terracotta
Periodo Copto (395-641 d.C.)

In Egitto la fabbricazione delle lucerne fu introdotta piuttosto tardi, circa dall’inizio del III sec. a.C. Si affermò ben presto la produzione locale, in particolar modo ad Alessandria, con forme peculiari. Le lucerne avevano funzione cultuale, specialmente durante le feste delle divinità, un uso domestico nelle case e uno funerario, facendo luce al defunto nella tomba e nell’aldilà.
La produzione di lucerne in terracotta prosegue in Egitto anche nel periodo copto, in cui le forme sempre più semplificate si arricchiscono di motivi geometrici e figurati legati alla religione cristiana: un motivo tipicamente egizio è la croce ansata, che, interpretata come monogramma di Cristo, deriva dall’ankh, o chiave della vita. Dal IV sec. la forma diventa più allungata e il disco è unito al becco, fino ad assumere la forma ovale con disco circolare. La decorazione è geometrica, o con animali simbolici o scene a carattere religioso; l’ansa è appuntita.
Un prodotto esclusivamente egiziano è costituito dalle lucerne a rana, prodotte dal II al V secolo d.C. Sono caratterizzate dalla raffigurazione, quasi a tutto tondo, di una rana sul disco. All’inizio sono molto realistiche, ma l’immagine va via via schematizzandosi, arrivando a limitarsi ad una serie di segni geometrici e semplici trattini incisi sulla spalla della lucerna.

Vetrina 4.7 Ceramica islamica

Il Museo possiede, e in parte espone, un nucleo di ceramiche islamiche ritrovate da un triestino, che condusse personali brevi indagini presso il Cairo: si tratta di alcune lucerne e molti frammenti di vasellame di produzione locale fatimide e mamelucca, accanto a altri di importazione, databili al X-XVI secolo.
Le produzioni ascrivibili al periodo fatimide (X-XII secolo) sono rappresentate da vari frammenti che testimoniano diverse tecniche: i più numerosi presentano una decorazione incisa sotto vetrina monocroma, soprattutto verde o turchese ma anche avorio; il repertorio decorativo comprende composizioni vegetali o geometriche e grafemi ricollegabili a lettere dell’alfabeto. Rara ma significativa la presenza di lustri metallici e di ceramiche con decorazione in bruno su superficie bianca opaca. Le tipologie rappresentate consistono in frammenti di brocche con filtro, frammenti delle cosiddette “granate” (oggetti piriformi in ceramica con decorazioni varie, la cui funzione non è ancora del tutto chiara) e svariate lucerne, differenti sia per tipologia che per decorazione.
Il nucleo più consistente, ascrivibile alla produzione mamelucca dell’Egitto (XIII-XVI secolo), è formato da frammenti foggiati con un’argilla scura la cui superficie, rivestita da ingobbio, presenta una decorazione incisa e dipinta in marrone, giallo e talvolta verde, sotto un’invetriatura che non di rado si presenta spessa e molto lucente. Nei casi in cui sono conservati frammenti di maggiori dimensioni, si riconoscono per la maggior parte coppe e larghe coppe. Sul fondo sono generalmente rappresentati medaglioni con simboli araldici, a volte accompagnati da grandi iscrizioni arabe in caratteri corsivi.
A produzioni siro-egiziane del XIV-XV secolo sono riconducibili alcuni frammenti ornati in blu e nero sotto vetrina trasparente incolore. Sulle forme aperte, a volte anche di grandi dimensioni e generalmente a parete ricurva, la decorazione si presenta spesso ordinata in pannelli disposti a raggiera intorno ad un medaglione centrale. Sempre da riferirsi alle stesse aree geografiche ma leggermente posteriori dal punto di vista cronologico, sono i frammenti di coppe, anche di piccole dimensioni, con decorazione dipinta in blu sotto invetriatura incolore. Si tratta di una classe di ceramiche nota come “bianca e blu”, nata quale imitazione della porcellana estremo-orientale, considerata un prodotto di grande pregio.


Tra i reperti, ricordiamo ancora una coppetta in porcellana cinese con decorazione in blu e qualche frammento ispano-moresco con una decorazione a lustro e blu, che testimoniano l’ampiezza dei traffici commerciali che avevano sede nella zona del Cairo.