Medioevo

Scussa

“L’origine spirituale delle raccolte pubbliche triestine si può far risalire ai primordi del Trecento, quando la città, affrancandosi dal potere temporale del vescovo, tendeva con tutte le sue energie a diventare libero comune. Allora Trieste, più che mai memore e fiera della sua romanità, poneva in vista nella cattedrale, costruita ai primi secoli del cristianesimo sopra i ruderi del suo tempio capitolino, architetture, iscrizioni e bassorilievi romani, così che San Giusto poté sembrare il primo museo lapidario tergestino: marmi romani in gran numero furono murati sulla facciata e sul campanile… ”

P. Sticotti, I Musei di Storia ed Arte di Trieste, in “Archeografo Triestino” 1927, p. 285

Le pietre scolpite e iscritte furono usate soprattutto come preziosi elementi decorativi, quasi come titoli d’onore della città: così, ad esempio, la stele dei Barbi venne usata per realizzare gli stipiti del portale principale della Cattedrale, lasciando ben in vista i ritratti e l’iscrizione.

I Primi Studiosi

 Ireneo

Ireneo della Croce – Frontespizio

Agli inizi del XVI secolo risale la prima silloge delle epigrafi tergestine ad opera del concittadino Domenico Montecchi (o Monticoli alla latina), il Codex Monticulanus, dal quale derivano alcune sillogi minori, la più nota delle quali è il Codice Tomitano di Daniele Tomitano da Feltre. Alla fine del secolo seguente si collocano due studi circostanziati e complessivi delle antichità tergestine: il primo di padre Ireneo della Croce, edito a Venezia nel 1698, e l’altro, rimasto manoscritto (edito parzialmente nel 1863), del canonico Vincenzo Scussa. Nella schiera dei cultori e divulgatori della storia patria vanno inoltre annoverati Giovanni Battista Francol (1655-1723), il sacerdote Giuseppe Mainati, Domenico Rossetti, Giovanni Labus, Pietro Kandler, Carlo Gregorutti e ancora, per la storia e le curiosità locali, Antonio Cratey, Girolamo Agapito, Antonio Tribel, Ettore Generini, Pietro Tomasin e Luigi de Jenner. I loro lavori ricchi di notizie e di memorie sono per noi oggi formidabili testimonianze storiche di realtà altrimenti non più riscontrabili.

Lapidario in Piazza Grande

san pietroNel 1688 il Consiglio dei Patrizi, con il consenso del capitano cesareo Giovanni Filippo conte di Cobentzl, fece confluire in piazza San Pietro (oggi dell’Unità d’Italia) alcune pietre antiche scolpite e iscritte allo scopo di rievocare la storia della città e incoraggiare gli studi e la conservazione delle testimonianze del passato. Questo primo embrione di raccolta lapidaria fu composto solo da una testa-ritratto femminile e da tre iscrizioni tra le quali faceva bella mostra di sè la base onoraria della statua equestre del senatore Lucio Fabio Severo, che è sicuramente una delle più importanti iscrizioni romane della nostra città, poiché trascrive integralmente il verbale della seduta della curia nella quale si decretò l’erezione della statua a questo illustre concittadino, da esporre nel punto più frequentato del Foro.

Domenico Montecchi

Nel 1420 Pietro Montecchi, originario di Sassuolo, presso Modena, giunse a Trieste ove ricoprì la carica di cancelliere comunale, tenuta anche dal figlio Cristoforo (Trieste 1427 ca.-1468); da questo incarico la famiglia prese anche il nome di Cancellieri. Domenico, figlio di Francesco, figlio di Pietro, fu anch’egli cancelliere del Consiglio Maggiore di Trieste, dal 1489 retore degli scolari, notaio imperiale e vicedomino del Comune. Egli dimostrò doti di umanista. A lui si attribuisce la prima silloge di iscrizioni tergestine databile al 1509 e ricordata come Codex Monticulanus.

Daniele Tomitano

Feltre 1588-1658. Studioso di antichità e di lapidi di Feltre, fu collezionista ed acquistò a Trieste il Codice Monticulano delle iscrizioni tergestine, che ripropose in un codice manoscritto con l’intitolazione Tergestinae civitatis antiquae inscriptiones Danielis Tomitani, meglio noto come Codice Tomitano, conservato presso la Biblioteca Civica di Trieste con la segnatura alfa CC19.

Ireneo Della Croce

Trieste 25/5/1625 – Venezia 4/3/1713. Frate carmelitano scalzo, al secolo Giovanni Maria Manarutta, prese il nome di fra’ Ireneo Della Croce. Si dedicò allo studio delle curiosità triestine con il proposito di inquadrare la storia cittadina all’interno di quella europea. Nel 1698, a Venezia, pubblicò Historia antica e moderna, sacra e profana della città di Trieste. La seconda parte della sua opera fu edita postuma da P. Tomasin nel 1881.

Vincenzo Scussa

Trieste 1620-1702. Erudito studioso di storia triestina fu cappellano e docente di filosofia presso le monache benedettine, segretario del Vescovo, canonico e vicario generale. Scrisse Trieste Cronografico compendiato dalle iscrizioni istorie e manoscritti, volume manoscritto databile al 1695 che fu edito parzialmente dal Kandler e dal Cameroni nel 1863 con il titolo Storia cronografica di Trieste.

Dal cimitero all’Orto Lapidario

Prima proposta di un museo: Pietro Nobile

progetto

Nel 1813 l’architetto Pietro Nobile delineò, in una Relazione sulla conservazione dei monumenti, presentata al governatore delle Province illiriche, il primo progetto di un “Museo provinciale che riunisca le antichità di Trieste e delle terre istriane” da collocarsi nel complesso dell’ex convento dei Padri Minoriti francescani, soppresso nel 1788, sito nell’area dell’odierna piazza A. Hortis.

Il progetto non trovò attuazione ma iniziarono da parte di Nobile i primi scavi e rilievi del campanile di San Giusto, dei resti dell’Acquedotto della Val Rosandra, dell’Arco di Riccardo e del Teatro romano, tutti eseguiti tra il 1813 e il 1815.

La genesi dell’Orto Lapidario: Domenico Rossetti

Fin dal 1808 il procuratore civico Domenico Rossetti si prodigò per innalzare un degno e onorevole monumento alla memoria di J.J. Winckelmann, il quale aveva trovato tragica fine nella nostra città nel 1768, per mano assassina, mentre era ospite della Locanda Grande. Il monumento doveva essere il fulcro di un futuro Museo Lapidario così come lo stesso Rossetti aveva più volte caldeggiato. In una lettera del 20 febbraio 1829 indirizzata ad Anton von Steinbüchel, allora direttore dell’Imperial Regio Gabinetto Numismatico e di Antichità di Vienna, egli propose la creazione di un “Museum Aquilejense” presso l’ex cimitero di San Giusto a Trieste, ove avrebbero trovato collocazione anche le lapidi provenienti da Aquileia, incassate nei muri di cinta e protette da un tetto a spiovente, tra rose e alberi, in un giardino “uno dei luoghi di riposo più graziosi e istruttivi, una vera silva Accademica“. L’idea vide finalmente la sua realizzazione un ventennio più tardi e il cenotafio, suggestiva opera di gusto neoclassico dello scultore bassanese Antonio Bosa, trovò collocazione a San Giusto, nell’area del vecchio cimitero cittadino. Nel 1833, in seguito a molteplici intoppi burocratici, Domenico Rossetti decise di celebrare in forma privata l’inaugurazione del cenotafio a Winckelmann, in un’adunanza dei soci del Gabinetto di Minerva, la sera del primo marzo.

La formazione del Museo Tergestino di Antichità

1843: Pietro Kandler

Nel 1841 allo studioso Pietro Kandler fu affidata dal Comune la cura del Museo Tergestino di Antichità – istituzione non ancora ufficializzata – che doveva comprendere la raccolta e l’illustrazione delle epigrafi triestine, delle monete antiche e dei diplomi che riguardavano Trieste. A lui fu affiancato l’ingegnere Giuseppe Sforzi e dall’anno seguente i due curatori si dedicarono anche a un’impegnativa opera di esplorazione del territorio, opportunamente finanziata dal Comune, al fine di raccogliere materiale per il museo e allo stesso tempo anche quelle notizie che avrebbero permesso di ricostruire una pianta archeologica della città e di tutto il suo territorio, dal Timavo all’Istria.

Inaugurazione dell’Orto Lapidario

San GiustoVennero condotti anche alcuni scavi archeologici ed in particolare quello dei resti monumentali romani all’interno del campanile di San Giusto (alla base del quale furono in questa occasione aperti i due grandi arconi ancora visibili) dal quale furono recuperate per il Lapidario moltissime iscrizioni e frammenti architettonici e scultorei.

Nel 1843, l’8 giugno, venne aperto ufficialmente al pubblico l’Orto Lapidario. Erano esposti: un’ottantina di iscrizioni, otto teste-ritratto, talune anche di notevoli dimensioni, quattro sarcofagi, cinque capitelli, “cornici per molte pertiche”, otto bassorilievi, diciotto iscrizioni di tempi recenti, pochi monumenti cristiani.

Istituzione del Museo Civico di Antichità

Il Curatorio e il Primo Direttore

Nel 1870 l’Amministrazione civica diede nuova ufficialità alla gestione delle antichità istituendo un Curatorio composto dall’epigrafista C. Gregorutti, da M. Luzzato e da G. Righetti e affidando la parte scientifica a P. Kandler. Nello stesso anno il Comune acquistò la prestigiosa e cospicua collezione di antichità aquileiesi che era stata riunita dal farmacista triestino Vincenzo Zandonati. Il materiale lapideo venne immediatamente trasferito presso l’Orto Lapidario (e tuttora è esposto nel ripiano dedicato ai reperti aquileiesi), mentre il resto della collezione rimase accatastato in tre stanze del Palazzo Biserini, insieme agli altri oggetti appartenuti agli Arcadi Sonziaci e, dal 1871, ai vasi apuli della Collezione Ostrogovich.

Nel 1873, il 9 luglio, fu approvato lo Statuto di un Museo stabile, istituzione autonoma sotto l’immediata dipendenza del Podestà e della delegazione municipale e la sorveglianza di uno speciale Curatorio di tre membri. Il 6 novembre venne nominato il primo direttore nella persona di Carlo Kunz.

Riordino del 1874: Carlo Kunz

È l’anno dei grandi lavori: il materiale epigrafico aquileiese venne definitivamente collocato nel muro di cinta, all’interno dei sei archi ciechi (tuttora esistenti nel II ripiano). Tra maggio e ottobre venne eretto il tempietto-gliptoteca, piccolo edificio tetrastilo in antis d’ordine corinzio, che ospiterà la base della statua di L. Fabio Severo, circondata dalle pietre scolpite più preziose, tra le quali quelle della già menzionata collezione scultorea degli Arcadi Sonziaci. Iniziò anche il riordino del materiale nella sezione distaccata del Gabinetto di Antichità, presso Palazzo Biserini, dove continuarono ad affluire, con sempre maggiore entusiasmo, per acquisti e generose donazioni, reperti antichi accanto ad oggetti etnografici – appartenenti anche ad altre culture primitive ed esotiche – e importanti opere d’arte; alle prime tre stanze ben presto se ne aggiunsero altre quattro.

Orto Lapidario tra due secoli

Riordino del 1898-1901: Alberto Puschi

Nel 1898 iniziò, ad opera del direttore Alberto Puschi, un nuovo periodo di lavori all’interno del Lapidario che durò fino al 1901 e vide il completamento dell’inserimento delle lapidi triestine nei sei archi creati in continuazione di quelli aquileiesi e delle lapidi istriane nel ripiano dinnanzi al tempietto; la muratura di oltre 400 frammenti architettonici nello spazio sopra gli archi; la creazione del tettuccio protettivo.

I monumenti più insigni, tra i quali la base della statua equestre di Gaio Calpetano Ranzio Quirinale Valerio Festo e l’architrave di Publio Palpellio Clodio Quirinale, trovarono posto accanto alla base di Lucio Fabio Severo all’interno del tempietto, liberato dal materiale scultoreo (trasportato nel Gabinetto di Antichità), in un allestimento sovraffollato ma garante della loro conservazione.

Nuova intitolazione: Civico Museo di Storia ed Arte

Nel 1909, in considerazione del fatto che le collezioni civiche non erano più composte solo da manufatti antichi, bensì anche d’importanti opere d’arte e reperti etnografici, il Museo assunse la denominazione di Civico Museo di Storia ed Arte.

Nel 1910 il Museo si accrebbe delle vaste collezioni di Giuseppe Sartorio, composte da una sezione di materiale archeologico romano proveniente per lo più dal territorio aquileiese, ma soprattutto dalla raccolta di vasi greci, già Fontana, da oggetti medioevali e moderni, e da opere d’arte, tra cui i rinomatissimi disegni di G.B. Tiepolo.

Nel 1915 venne acquisita la raccolta di Vittorio Oblasser, composta di reperti egizi, greci e romani tra i quali spicca la serie delle gemme.

 

 

Museo e l’Orto Lapidario tra le due guerre

La Nuova sede

Acquistato dal Comune il fondo confinante a Sud con l’Orto Lapidario e l’annesso edificio, nel 1925 fu possibile inaugurarvi la nuova sede del Civico Museo, fino ad allora relegato in ristrette stanze del Palazzo Biserini: si poterono così riunire a San Giusto tutte le collezioni archeologiche e storico-artistiche delle civiche raccolte. Il 28 ottobre del 1931 fu inaugurato il nuovo ingresso all’Orto Lapidario e al Museo presso il sagrato della Cattedrale.

Il 10 dicembre 1924 i locali della sede di Palazzo Biserini vennero liberati e le collezioni trovarono nuova e più moderna esposizione presso l’edificio comunale di via della Cattedrale. Il trasloco, iniziato il 16 ottobre, fu eseguito in 32 giornate di lavoro per complessivi 48 viaggi con carro trainato da due cavalli. Il 21 aprile 1925, alle ore 11, venne inaugurato il nuovo Museo. L’edificio attuale è il risultato di una serie di rimaneggiamenti e ampliamenti del nucleo originale, esistente probabilmente già alla fine del Settecento. In documenti dell’inizio del secolo successivo risulta infatti già di proprietà della famiglia patrizia triestina de Francol, passato poi alla famiglia Kupferschein che nel 1836 lo vendette al ricco mercante maltese Giuseppe Ellul German. Egli vi fece apportare quelle modifiche che lo connotano come un elegante e proporzionato edificio neoclassico (opera di Giovanni Battista de Puppi del 1837; ampliamento con costruzione della parte sul lato via della Cattedrale dello stesso architetto nel 1840; sopraelevazione di F. Tureck del 1846). L’edificio nel 1883 divenne convitto diocesano e passò in proprietà comunale nel 1915.

Riordino del 1934: Piero Sticotti

Nel 1934, sotto la direzione di Sticotti, vennero eseguiti nuovi radicali lavori nell’Orto Lapidario, che rimase chiuso al pubblico dal 7 marzo al 29 maggio. Il ripiano superiore venne liberato da tutto il materiale medioevale e moderno:colonne, vere da pozzo, stemmi e iscrizioni vennero spostati nel sottostante giardino davanti al Museo, sotto il muro del Lapidario, dove furealizzata una banchina in pietra per l’esposizione.
Nella stessa occasione il cenotafio a Winckelmann venne collocato all’interno del tempietto (5-11 aprile) e il nicchione che lo aveva accolto fino ad allora demolito.
Il monumento di L. Fabio Severo e gli altri reperti che si trovavano nel tempietto furono invece collocati all’aperto, sul ripiano superiore, insieme alle altre importanti antiche iscrizioni della storia locale.

Il Lapidario si prepara al nuovo Millennio

Riordino del 1990-2000

Alla fine degli anni ’80 inizia un intervento per “la riqualificazione ed esemplificazione della lettura dell’Orto Lapidario e il recupero e la fruizione delle Mura medioevali”. I lavori, che rientrano nel progetto FIO (Fondo Investimenti per l’Occupazione) iniziano tra il 1989 e il 1990 su progetto dell’arch. Claudio Visintini, approvato nel 1986 dalla Soprintendenza per i BAAAAS del Friuli-Venezia Giulia che, nella persona dell’arch. Giuseppe Franca, dirige i lavori. L’appalto va alla ditta Rizzani De Eccher che subappalta i lavori alla Benussi & Tomasetti di Trieste.

I lavori sono stati completati a cura della direzione dei Civici Musei di Storia ed Arte che ha anche provveduto all’impianto illuminotecnico, progettato dal perito Massimo Codognello, e realizzato dalla società S.I.E. di Tarcento. Il progetto scientifico dell’esposizione è stato curato da Marzia Vidulli Torlo, con l’assistenza dell’epigrafista Fulvia Mainardis, del Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università agli Studi di Trieste. Alla realizzazione dei supporti informativo-didattici hanno contribuito le Assicurazioni Generali. La situazione del materiale esposto nell’Orto Lapidario richiedeva un urgente e radicale intervento di riordino e protezione: i reperti infatti, aumentati di numero nel corso degli anni, erano ormai caoticamente disseminati senza possibilità di creare un percorso didattico, ed inoltre erano stati da troppo tempo esposti alle continue aggressioni degli agenti atmosferici e dell’inquinamento, che li stavano irrimediabilmente deteriorando. Al fine di mantenere il più possibile inalterato l’aspetto ottocentesco del giardino si è convenuto di ricoverare il materiale lapidario triestino nel Bastione Lalio del Castello di San Giusto e di proteggere i reperti aquileiesi ed istriani, rimasti nell’ Orto Lapidario, in moderni espositori, che riprendessero il disegno delle nuove cancellate ed ingresso sul sagrato della Cattedrale. L’orto Lapidario è stato riaperto al pubblico l’8 giugno 2000.