All’interno degli ampi spazi dell’architettura militare cinquecentesca del Bastione Lalio del Castello di San Giusto è ospitato dal 4 aprile 2001 il Lapidario Tergestino composto da 130 reperti lapidei romani, tra monumenti iscritti a carattere onorario o funerario, sculture a bassorilievo e a tutto tondo accanto ad alcuni frammenti architettonici. Questo materiale era esposto finora all’aperto nel giardino dell’Orto Lapidario, dove stava subendo un progressivo degrado causato dagli agenti atmosferici e dall’inquinamento.
Al fine di preservarne la conservazione e, al contempo, valorizzarne l’esposizione, è stato ricoverato al coperto negli ambienti del Castello. Le lapidi iscritte e le statue sono i documenti che, accanto alle notizie archeologiche, permettono di dare un volto alla Tergeste romana in un quadro storico ricostruito dagli studiosi sin dalla fine dell’Ottocento, ma che più recenti analisi hanno rimesso in discussione.

Pertanto la possibilità ora di studiare questo materiale, per la prima volta riunito e presentato in sezioni che riaccorpano i reperti per area di provenienza, fornisce le condizioni ottimali per una rilettura, anche in seguito alle nuove attribuzioni e scoperte avvenute sia durante i lavori di spostamento del materiale, che di studio delle fonti archivistiche, in parallelo ai risultati dei recenti scavi archeologici tuttora aperti in Città Vecchia. L’esposizione si articola nei tre ambienti del Bastione Lalio. Le prime due sale sono dedicate ai monumenti dell’area capitolina, mentre la terza grande sala è suddivisa in zona sepolcrale, area sacra e materiale dal teatro romano. Accanto ai reperti lapidei, una serie di tabelloni illustra la storia dei ritrovamenti cittadini e propone le più accreditate ipotesi di interpretazione dei dati finora conosciuti. Le didascalie riportano per ogni singolo reperto le notizie sul rinvenimento, la datazione, la trascrizione del testo con relativa traduzione accompagnata, ove necessario, da un breve commento critico.

Bastione Lalio

Il Castello di San Giusto, possente opera difensiva realizzata dai veneziani e dagli austriaci, iniziato nel XV secolo e terminato solo nel XVII secolo, ha forma triangolare con tre bastioni ai vertici: quello a sud-ovest, posto dietro la cattedrale, è detto Bastione Lalio ed è opera della metà del Cinquecento. Il Bastione Lalio è opera dell’architetto milanese Francesco de Pozzo, ma prende il nome dal soprintendente militare dell’Austria, Domenico Lalio, il quale aveva introdotto nelle terre asburgiche la forma dei baluardi all’italiana con la costruzione del Castello di Graz. La somiglianza tra la fortificazione di Graz e quella di Trieste è tale da far supporre un accordo tra i due architetti, o una revisione del progetto da parte del Lalio stesso. Il bastione ha forma cosiddetta “a muso camuso”: si struttura in uno sperone acutangolo, o cavaliere (edificio oggi occupato dal ristorante ”Bottega del Vino”), difeso da due bastioni, più bassi e sporgenti, formanti tra loro un angolo retto e quindi nell’insieme un poligono irregolare a lati diseguali, dalla varia inclinazione. In tal modo le murature non prestavano all’artiglieria nemica un fronte piano, facile da colpire e da danneggiare. Allo stesso tempo questo bastione, era capace di garantire buona visibilità al difensore che era facilitato nel colpire il nemico avvicinatosi alle mura. All’interno il bastione custodisce un’ampia scalinata che dà accesso ad ambienti dalla copertura a volta, sostenuti da tre arconi realizzati nel 1594 per garantirne la stabilità.

Materiale epigrafico

La ricostruzione storica, fornita dai reperti esposti nel Lapidario Tergestino, si fonda essenzialmente sulla lettura del materiale epigrafico. Le iscrizioni sono quel tipo di fonti che per loro natura sono lesole che ci tramandano la voce degli uomini del passato e che offrono una testimonianza diretta, senza quelle mediazioni e trasformazioni presenti in un’opera letteraria. In particolare i testi epigrafici tramandano quello che gli storici antichi non hanno registrato mai, vale a dire, i modesti e comuni protagonisti della vita di tutti i giorni, pubblica e privata della città. Le fonti letterarie conservano memoria dei grandi eventi, quelle epigrafiche possono essere il risultato anche di fatti singoli e personali, come il dolore di un padre per la morte del figlio.

Tergeste e le sue epigrafi

Le epigrafi della città di Tergeste e del suo territorio sono oltre 600, ma di esse molte sono note solo dalle trascrizioni che a partire dal XV secolo gli storici hanno lasciato nei loro scritti, mentre gli originali sono andati distrutti, dispersi, o semplicemente riutilizzati come materiale da costruzione.

Le iscrizioni conservate presso il Civico Museo di Storia ed Arte sono oltre 200 delle quali un terzo è esposto nel Bastione Lalio, un terzo è rimasto nell’Orto Lapidario e le rimanenti sono ricoverate nei depositi.

Dallo studio di tale materiale è possibile ricostruire la vita sociale e politica della città, la sua crescita urbana e datare alcune delle costruzioni pubbliche più importanti. Le epigrafi ci permettono di conoscere alcuni personaggi come Gaio Calpetano e Publio Palpellio che, seppur non originari di Tergeste, nel I secolo d.C. la abbellirono di edifici monumentali come, forse, il Propileo e il Tempio capitolino o la primitiva Basilica civile. Sappiamo anche i nomi di due illustri cavalieri, cioè appartenenti al ceto equestre (la classe sociale più importante dopo quella senatoria) i quali nei primi due secoli dell’Impero ricoprirono alte cariche nell’esercito e nell’amministrazione e, una volta ritiratisi nella loro città natale, la dotarono di nuovi e magnifici edifici come la nuova grande Basilica civile, finanziata probabilmente da Quinto Baieno Blassiano, e il Teatro ampliato e abbellito da Quinto Petronio Modesto. Importantissima è poi la figura del giovane senatore Lucio Fabio Severo che si fece portavoce delle necessità civiche presso l’imperatore Antonino Pio, dal quale ottenne anche una legge per consentire l’afflusso di nuovi cittadini all’interno della classe dirigente, dando così nuovo vigore alla vita pubblica.

In particolare dalle epigrafi emerge il quadro di una società composita, formata da gruppi di locali romanizzati, da italici immigrati e da genti di diverse provenienze giunte in città in seguito a stanziamenti di truppe nei territori o attirate dalla possibilità di favorevoli e fruttuosi affari.

Le iscrizioni inoltre documentano la vita religiosa della città recando dediche a Mercurio, a Diana, a Minerva, a Silvano, a Ercole e alla Bona Dea. Non mancano neppure i culti orientali quali la Mater Magna (Cibele), Giove Dolicheno e l’egizia Iside. Sempre l’epigrafia fornisce le prime testimonianze della diffusione della religione cristiana, come risultato della forte influenza esercitata dalla vicina Aquileia.