Simbologia, sogni, visioni, credenze

Il Museo in Mostra
14 novembre 2008 – 25 gennaio 2009
Palazzo Reale di Milano
organizzazione della fondazione DNArt, Milano

Il migliore dei beni, l’acqua assunse un valore sacro per la sua indispensabilità naturale e per il suo carattere primigenio, origine e alveo di tutte le cose. La mostra esplora l’aspetto sacrale e archetipico dell’acqua e il suo ruolo fondamentale nelle diverse culture. Acqua come emblema delle emozioni, metafora delle forze naturali, ma anche dell’ansia e delle paure inconsce.

Il Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste concede in prestito sei pezzi tra cui alcuni dei capolavori delle collezioni civiche:

  • un foglio di papiro con scena di purificazione e apertura della bocca, dall’Egitto XV sec. a.C.
  • due ariballoi con figura di sirena, ceramica corinzia, VII-VI sec. a.C.
  • il Rhyton d’argento a testa di cerbiatto da Taranto, arte tracia del Mar Nero, fine V – inizi IV sec. a.C.
  • Gruppo in ambra con Venere da Aquileia, I sec. d.C.
  • il rilievo con Nereidi e amorino che cavalca un delfino, arte copta dal Cairo, V sec. d.C.
  • la tavoletta in avorio con scene del ratto di Europa e i Dioscuri, arte copta alessandrina VI sec. d.C.

 

LIBRO DEI MORTI DI IMEN-HETEP

XVIII dinastia (XV secolo a.C.)

 


Papiro dipinto
Provenienza: Tebe?
h. 35 cm; largh. 37 cm
Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste
[ inv. 12089/b ]

 

Foglio di papiro, in eccellente stato di conservazione, estratto dal Libro dei morti dello scriba Imen-hetep vissuto durante la XVIII dinastia, con ogni probabilità a Tebe, in quanto egli ricoprì la carica di contabile delle mandrie del tempio di Ammone.
La vignetta, rubricata dal testo in geroglifici corsivi, presenta la scena della purificazione e apertura della bocca in cui i due figli fungono da sacerdoti nell’importantissimo rito funerario che precedeva la chiusura della tomba.

La mummia di Imen-hetep, nel suo sarcofago, viene purificata dal figlio Neb-uau (reggente un contenitore d’acqua, sollevato nell’atto di versare) e rivitalizzata dal secondo figlio Riu, che indossa la pelle di leopardo (distintiva della carica di gran sacerdote). Quest’ultimo impugna lo strumento nero con punta tagliente, per mezzo del quale compirà il rito dell’apertura della bocca: pratica simbolica di carattere religioso intesa a conferire o risvegliare l’energia vitale nel corpo del defunto; un cerimoniale che ridava funzionalità alla bocca, in quanto simbolo per eccellenza della vita, origine del respiro, della nutrizione e sede della parola. Questo rito consentiva alla mummia di riacquistare tutte le sue facoltà vitali, indispensabili per vivere nell’aldilà.

Il sarcofago è sostenuto dalla figuretta del primo figlio Neb-uau, ed è preceduto da un ricco tavolo delle offerte.

L’analisi stilistica e iconografica permette di collocare il papiro nel periodo compreso tra i regni di Hatshepsut e Amenofi II (XV secolo a.C.). Il tipo di sarcofago, nero con righe gialle, non consente di datare il reperto a un’epoca posteriore al regno di Amenofi II.

 

Gruppo di Venere e altre due figure

Arte romana, seconda metà del I secolo d.C.

venere

provenienza: Aquileia, 1894
ambra scolpita, rifinita a incisione
h. cm 14 + 3,9 del piedestallo, largh. 7,2 cm, prof. 5,4 cm
Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste
[ Inv. 1358 ]

La raffinata scultura a tuttotondo d’ambra rossastra, inserita in un piedestallo di tipo monumentale realizzato in un altro blocco d’ambra di colore bruno, doveva costituire una elegante alzata per tavolino da toilette ed anche il soggetto è in armonia con il mondo muliebre.
Su una piccola base è inserita la figura femminile stante nuda della dea dal volto dai tratti ben modellati, incorniciato dai capelli divisi da una scriminatura centrale con un diadema annodato sulla nuca.
Sei attacchi di puntelli indicano la complessità del gruppo che si componeva di altre due figure ora frammentarie: un erote in volo e un personaggio di cui si conservano i piedini, sulla base, e una testolina maschile.
Il gruppo pare una creazione originale dell’artista che adatta caratteri di diversi tipi di Afrodite con Eros e Himeros, o con Adone.
La lavorazione è accuratissima e sapiente, ascrivibile ad un maestro aquileiese formatosi alla scuola alessandrina.

 

RHYTON A TESTA DI CERBIATTO

officina di argentiere, attiva nelle colonie greche sulla costa del Mar Nero, nel Ponto Eusino

Fine V – inizi IV sec. a.C.
provenienza: da scavi a Taranto, 1880
Lamina d’argento sbalzata con rifiniture a cesello, a niello e doratura in foglia, saldature
h. 19 cm; diam. imboccatura 11 cm
Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste
[ inv. 4833 ]

Dettaglio Collo

Dettaglio Collo

Il rhyton o corno potorio è un bicchiere rituale configurato a testa di giovane cerbiatto, eseguito con tecnica magistrale ed eccezionale resa naturalistica. Il muso del giovane cerbiatto è dominato dalle grandi orecchie lanceolate, lavorate a parte e saldate. L’occhio era incastonato di un materiale diverso (avorio?) ed è circondato dalle ciglia in rilievo. Sotto il pelo reso a tratti e puntinato si vede appena la rotondità delle corna. Un forellino sul fondo del bicchiere serviva a far uscire il liquido della libagione rituale.

Il collo svasato, figurato a sbalzo, presenta la scena di Borea che rapisce Orizia: il mito rappresenta il dominio dei venti sull’acropoli di Atene, diffuso dal 480 a.C. anno in cui una violenta tempesta decimò la flotta persiana pronta all’assedio.
Borea (il romano Aquilone) per i greci era il violento e gelido vento del Nord, impetuoso e prepotentemente attivo, originario della Tracia, che fu invocato già da Achille, nell’Iliade. Nel mito egli inseguì e rapì la giovane vergine Orizia, con la quale generò i Boreadi, due gemelli anch’essi Geni del vento. Nella tradizione attica Orizia era la figlia di Eretteo, l’uomo raffigurato sulla sinistra in atto di avanzare sollevando il bastone, mitico eroe legato alle origini della città di Atene. A destra nella scena sta Atena.
Somiglianze stilistiche ma soprattutto i dettagli di lavorazione accomunano questo pezzo a due rhyta della collezione Ortiz di Ginevra e a un terzo esemplare inedito, certamente provenienti dall’area del Mar Nero, e permettono di ipotizzare che si tratti di prodotti della stessa scuola o comunque della medesima area.

 

Due Nereidi danzanti e Erodote a cavallo di un delfino

arte copta, attr. gruppo di Ahnas

inizi V sec. d.C.
provenienza: Cairo
Calcare
h. 59 cm; larg. 50 cm; prof. 23 cm
Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste
[ inv. 5620 ]

La forma arcuata in alto e sul retro, mostra che il rilievo doveva decorare con ogni probabilità la nicchia di una cappella.
Le figure realizzate ad altorilievo si staccano nettamente dal fondo in un’ardita lavorazione a giorno: sotto una cornice ad ovuli, interrotta al centro da un volto gorgonesco (già interpretato come Sole), “danzano” in posizione simmetrica due giovani figure femminili nude (che solo il colore “rivestiva”), ornate di una grossa collana girocollo rigida con medaglione rotondo e orecchini a disco. Entrambe reggono sopra la testa un velo che si gonfia di vento. Sono due ninfe marine o Nereidi, due delle cinquanta figlie del dio del mare Nereo.
Tra loro, in basso al centro, un paffuto erote sta a cavalcioni di un delfino, reggendo con la mano destra una torcia o un tirso.
Le teste appaiono sproporzionatamente grosse e le acconciature femminili a fitti riccioli compatti ricordano il mondo negroide della Nubia.

L’armonia ellenistica indugia ancora nella gracilità dei corpi, nella loro eleganza, nel movimento danzante delle gambe. Il modellato morbido dei corpi, le proporzioni e i volti caratterizzati, ma impersonali, avvicinano questo pezzo alla scultura della corrente del cosiddetto “stile morbido” esemplificato dai rilievi delle cappelle di Ahnas o Eracleopoli Magna (odierna Ahnasieh, nel Medio Egitto) degli inizi del V secolo.
Il rilievo faceva parte della collezione dell’Accademia degli Arcadi Sonziaci, presente a Trieste dalla fine del Settecento come scultura egizia dal Cairo.

 

Tavoletta con scene mitologiche del ratto di Europa e i Dioscuri

Arte copta di bottega alessandrina

Tavoletta in avorio con scene del ratto di Europa e i Dioscuri

inizi del VI sec. d.C.
provenienza dall’Istria
avorio inciso e dipinto
h. 21 cm; larg. 18,7 cm; prof. 0,9 cm
Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste
inv. 1335

La presenza di numerosi fori circolari per impermeature e lo stato di conservazione hanno fatto ipotizzare un uso prolungato e forse un riuso della tavoletta, variamente interpretata come coperchio di capsella, valva di dittico, ma che doveva probabilmente costituire una copertura di libro.
Lavorata ad alto rilievo presenta le figure nettamente emergenti dal fondo liscio che conserva molte tracce dell’originale cromia azzurro cupo. Su alcune parti in rilievo rimangono invece tracce di rosso.
La ricca cornice raffigura amorini con cesti e uccelli, all’interno delle volute di un sinuoso racemo di vite dai grossi grappoli d’uva.
Lo specchio rettangolare è suddiviso in due campi sovrapposti, che si articolano in due nicchie con arco a motivo di conchiglia.
In alto, il fraterno abbraccio dei Dioscuri, i due figli di Giove e Leda. Alle loro spalle due amorini reggono verticali le lance; altri due giocano a terra.
Nello specchio inferiore una giovane donna in chitone e velo, certamente identificabile con Europa, cinge con le braccia il collo di un toro che alza il muso affiancandolo con dolcezza e voluttà al volto della fanciulla. L’animale è cavalcato da un erote, mentre un altro gioca tra le sue zampe e un terzo lo trattiene per la lunga coda.
Nell’angolo superiore destro, in un clipeo, trova posto il busto maschile barbuto del dio Giove.
Il repertorio iconografico è di ispirazione classicistica; il linguaggio elaborato nelle officine orientali con influsso copto, forse ad Alessandria agli inizi del VI secolo d.C.