Risale al 1688 il decreto con il quale il Consiglio dei Patrizi triestini diede l’ordine di far confluire nella piazza principale della città, piazza San Pietro (oggi dell’Unità d’Italia) alcune pietre antiche scolpite e iscritte allo scopo di rievocare la storia della città e incoraggiare gli studi e la conservazione delle testimonianze del passato. Questo primo embrione di raccolta lapidaria fu modesto (due iscrizioni e alcune teste), ma vi faceva bella mostra la base onoraria del monumento per la statua equestre del senatore Lucio Fabio Severo, che è sicuramente la più importante iscrizione romana della nostra città, poiché trascrive integralmente il verbale della seduta della curia nella quale si decretò l’erezione della statua a questo illustre concittadino, da porre nel punto più frequentato del Foro (esposta ora nel Lapidario Tergestino).

L’idea di creare a Trieste un museo che riunisse le antichità ritrovate nella città e nel territorio istriano e aquileiese nacque agli inizi dell’Ottocento e trovò il suo più fervente sostenitore nel procuratore civico e dotto studioso di storia patria Domenico Rossetti. Egli si prodigò con assidua perseveranza per innalzare a Trieste un degno e onorevole monumento alla memoria dell’insigne precorritore dell’archeologia moderna J.J. Winckelmann, il quale aveva trovato tragica fine l’8 giugno del 1768, per mano assassina, mentre era ospite della Locanda Grande nella nostra città. La storia progettuale del monumento fu lunga e multiforme: nella mente del Rossetti, doveva costituire il centro cristallizzatore di un futuro Museo Lapidario, tra rose e alberi, in un giardino delle memorie, luogo di riposo tra i più graziosi e istruttivi, una vera Silva Accademica. Il luogo prescelto fu sul colle di San Giusto, l’area del vecchio cimitero cittadino, che era stato dismesso nel 1825 in seguito alla creazione del nuovo cimitero nella località di Sant’Anna.

I Monumento a Winckelmann nel 1854

I Monumento a Winckelmann nel 1854

L’idea vide finalmente la sua realizzazione dopo più di vent’anni e il monumento a Winckelmann (si tratta di un cenotafio, un monumento funerario privo del corpo del defunto, che non fu possibile recuperare in quanto era stato sepolto in una tomba comune senza contrassegno distintivo), opera di gusto neoclassico dello scultore bassanese Antonio Bosa, professore all’Accademia veneziana, fu inaugurato il primo marzo 1833, e trovò collocazione al centro di una grande nicchia aperta nel ripiano più alto dell’ex cimitero, odierno Orto Lapidario.

Allo studioso Pietro Kandler, nel 1841, fu affidata dal Comune la cura del Museo Tergestino di Antichità – istituzione non ancora ufficializzata – che doveva occuparsi della raccolta e dell’illustrazione delle epigrafi triestine dell’Orto Lapidario, nonché dello studio delle monete antiche e dei diplomi che riguardavano Trieste. Vennero condotti anche alcuni scavi archeologici ed in particolare quello all’interno del campanile di San Giusto dal quale furono recuperate per il lapidario moltissime iscrizioni, frammenti architettonici e scultorei.

Il Lapidario nell'800

Il Lapidario nell’800

L’8 giugno del 1843, ricorrendo il 75.mo anniversario della morte di Winckelmann, venne aperto ufficialmente al pubblico l’Orto Lapidario. Nel 1870 l’Amministrazione civica diede nuova ufficialità alla gestione delle antichità istituendo un Curatorio e affidando la parte scientifica allo stesso P. Kandler. In questo stesso anno il Comune acquistò la prestigiosa e cospicua collezione di antichità aquileiesi che era stata riunita dal farmacista triestino Vincenzo Zandonati. Si trattava di più di 25.500 oggetti, suddivisi in otto inventari; il materiale lapideo fu immediatamente trasferito presso l’Orto Lapidario (e tuttora è esposto nella sezione dedicata ai reperti aquileiesi), mentre il resto della collezione rimase accatastato nelle tre stanze destinate alle Antichità presso il palazzo Biserini (il palazzo ospitava già allora la Biblioteca Civica e il Museo naturalistico), insieme agli altri oggetti appartenuti alla più antica accademia locale, detta degli Arcadi Sonziaci. Nell’anno seguente si aggiungeranno i preziosi vasi apuli della Collezione Ostrogovich.

Lo Statuto di un Museo stabile fu approvato il 9 luglio 1873; si trattava di un’istituzione autonoma sotto l’immediata dipendenza del Podestà e della delegazione municipale e la sorveglianza di speciale Curatorio di tre membri. Il primo direttore fu Carlo Kunz e sotto la sua guida furono eseguiti i primi grandi lavori in Lapidario: il materiale epigrafico aquileiese fu definitivamente collocato nel muro di cinta, all’interno dei sei archi ciechi tuttora esistenti, e fu eretto il tempietto neoclassico d’ordine corinzio, che ospitò la base del monumento a L. Fabio Severo, circondata dalle pietre scolpite più preziose, tra cui quelle della già menzionata accademia degli Arcadi Sonziaci. Iniziò anche il riordino del materiale nella sezione distaccata del Gabinetto di Antichità, presso il palazzo Biserini, dove continuavano ad affluire, con sempre maggiore entusiasmo, per acquisti e generose donazioni, reperti antichi, documenti storici, oggetti di storia patria, accanto ad oggetti etnografici – appartenenti anche ad altre culture primitive ed esotiche – e importanti opere d’arte; alle prime tre stanze ben presto se ne aggiunsero altre quattro.

Interno del tempietto nel 1874

Interno del tempietto nel 1874

Nell’Orto Lapidario una nuova sessione di lavori venne condotta dal nuovo direttore Alberto Puschi nel 1899-1901: fu completato l’inserimento delle lapidi triestine nei sei archi creati in continuazione di quelli aquileiesi e delle lapidi istriane nel ripiano dinnanzi al tempietto. I monumenti più insigni, tra cui la base della statua equestre di Caio Calpetano Ranzio Quirinale Valerio Festo e l’architrave di Publio Palpelio Clodio Quirinale, trovarono posto accanto alla base di Lucio Fabio Severo all’interno del tempietto, liberato dal materiale scultoreo (trasportato nel Gabinetto di Antichità), in un allestimento sovraffollato ma garante della loro conservazione.

Una sala archeologica del palazzo Biserini

Una sala archeologica del palazzo Biserini

 

Nel 1909, in considerazione del fatto che le collezioni civiche non erano più composte solo da manufatti antichi, bensì anche d’importanti opere d’arte e reperti storici ed etnografici, il Museo assunse la denominazione di Civico Museo di Storia ed Arte.
Un anno importante per il Museo fu il 1910, anno della donazione delle vaste collezioni di Giuseppe Sartorio, composte da una sezione di materiale archeologico, ma soprattutto dalla raccolta di vasi antichi, greci, italioti ed etruschi, già della collezione del nonno Carlo d’Ottavio Fontana, da oggetti medioevali e moderni, e da opere d’arte, tra cui la rinomatissima serie dei disegni di G.B. Tiepolo.
Il 10 dicembre 1924 i locali della sede di palazzo Biserini in piazza degli Studi (ora piazza A. Hortis) vennero liberati e le collezioni trovarono nuova e più moderna esposizione presso l’attuale sede nell’edificio di via della Cattedrale 15, già Convitto diocesano, acquistata dal Comune prima della Grande guerra nel 1913. L’inaugurazione si svolse il 21 aprile 1925, alle ore 11 e il 28 ottobre 1931 fu la volta del nuovo ingresso all’Orto Lapidario e al Museo, presso il sagrato della Cattedrale.

Il Monumento all'interno del tempietto nel 1970

Il Monumento all’interno del tempietto nel 1970

Nel 1934, sotto la direzione di Piero Sticotti, vennero eseguiti radicali lavori di risistemazione nell’Orto Lapidario: il ripiano superiore venne liberato da tutto il materiale medioevale e moderno che fu spostato nel sottostante giardino davanti al Museo; il cenotafio a Winckelmann venne collocato all’interno del tempietto e il nicchione che lo aveva accolto fino allora demolito. Il monumento di L. Fabio Severo e gli altri reperti che si trovavano nel tempietto furono invece collocati all’aperto, sul ripiano superiore, insieme alle altre importanti antiche iscrizioni della storia locale.

Vecchie sale in via cattedrale

Vecchie sale in via cattedrale

Vecchie sale in via cattedrale

Vecchie sale in via cattedrale

All’interno della sede museale, nelle diverse fasi evolutive degli allestimenti, la cospicua quantità dei materiali posseduti e fruibili dal pubblico ha subito di volta in volta una significativa riduzione. Al momento dell’inaugurazione l’esposizione si estendeva su tre piani e l’allestimento era un tipico esempio di “arrangement style”, frutto certo del gusto dell’epoca, che amava accostare oggetti disparati, ma che era anche consigliato dalla necessità di soddisfare la legittima ambizione dei donatori di veder esposto almeno qualcosa di quanto avevano offerto. Il Museo esponeva quasi tutto quello che possedeva, dalla preistoria, all’Egitto, alla Grecia e Magna Grecia, soprattutto il materiale da Taranto, al periodo romano, accanto alle collezioni moderne di armi, ceramiche, vetri, a opere d’arte veneta dal Trecento all’Ottocento, ma era anche visibile l’affascinante collezione Orientale.
Tutto il materiale medioevale e moderno ha trovato negli anni seguenti più adatti spazi espositivi nelle nuove sedi museali cittadine che costituiscono oggi il museo multiplo dei Civici Musei di Storia ed Arte, mentre nella sede di via della Cattedrale 15 trovano spazio le collezioni archeologiche, che sono in fase di ampliamento.
Negli anni Sessanta la direzione del museo provvide al ringiovanimento dell’allestimento: ciò comportò una selezione del materiale, sacrificando la maggior parte del patrimonio nei depositi.

Negli anni Novanta è iniziato il cantiere nell’Orto Lapidario che si è concluso con la sistemazione delle lapidi in espositori protetti e con lo spostamento di 130 reperti, tra lapidi e statue, nel Lapidario Tergestino. In questa occasione è stato riallestito il tempietto-gliptoteca ridando luminosità al Monumento a Winckelmann, affiancato dalle sculture della più antica collezione Settecentesca riunita dagli Arcadi Sonziaci e donata al Comune come primo nucleo del futuro Museo.

Il Tempietto oggi

Il Tempietto oggi

In questi anni si sta svolgendo un paziente lavoro di recupero dei materiali per poterli restituire al pubblico e soprattutto per permetterne un più esatto inquadramento storico e cronologico ad opera di specialisti dei vari settori, anche utilizzandolo per tesi di laurea e mostre tematiche.

Nel 2000, gli ambienti al piano terra del Museo sono stati rinnovati. Si tratta di cinque sale, nonché del nuovo ingresso con il bookshop dei Civici Musei di Storia ed Arte.

Il Museo si arricchisce così dal punto di vista espositivo e didattico, in quanto propone una parte considerevole della sua Collezione Romana e la totalità dei reperti di quella egizia, tra cui figurano numerosi oggetti sinora non visibili al pubblico e per l’occasione studiati e restaurati, accanto ai pezzi concessi in deposito dal Museo Civico di Storia Naturale.
La donazione, avvenuta nel 2002, della ceramica maya “Cesare Fabietti” da El Salvador ha permesso infine di inserire nel percorso archeologico uno sguardo sulle civiltà precolombiane del Centro America.
Totalmente rinnovata appare anche la Sala didattica, per rispondere alle esigenze di un Servizio qual è quello didattico che, attivo dal 1980, pone i Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste all’avanguardia sull’intero territorio nazionale.

Allestimento e piano scientifico delle sale del piano terra sono stati curati da Marzia Vidulli Torlo, conservatore dei Civici Musei di Storia ed Arte; mentre l’allestimento del primo piano è il risultato di una somma di interventi scaglionati nel tempo.
In collaborazione con:

  • Fulvia Mainardis per la parte epigrafica antica e moderna,
  • Paolo Casari per la parte romana,
  • Francesca Monti e Susanna Moser per l’Antico Egitto,
  • Anna Crismani per la pre-protostoria,
  • Anna Moscatelli per la ceramica greca,
  • Nicoletta Poli per la Collezione Tarentina,
  • Simonetta Adelfio per la Mesoamerica.

Arcadi Sonziaci

Arcadi Sonziaci

Nel 1780 venne fondata a Gorizia una costola dell’Accademia romana degli Arcadi Sonziaci, la quale nel 1784 si trasferì a Trieste. Si trattava di un circolo di intellettuali che nella regione isontina (Sontius è il nome latino del fiume Isonzo) riecheggiava i fasti dell’Accademia madre istituita a Roma nel 1698 per promuovere l’attività letteraria, mantenere sempre vivo l’amore per le opere classiche e nel contempo istituire ricche biblioteche pubbliche. L’Accademia riunì una propria biblioteca, intitolata Pubblica Biblioteca Arcadica, che nel 1796 cedette al Comune per costituire il nucleo della Biblioteca pubblica della città di Trieste, la futura Biblioteca Civica. Inoltre possedette una piccola collezione di oggetti antichi, nucleo embrionale del Museo Civico di Antichità: si trattava di una raccolta molto eterogenea di pezzi per lo più di piccole dimensioni, ma anche di 28 grandi sculture in marmo, erme, steli funerarie e rilievi votivi dalle eleganti forme greche, databili dal V sec. a.C. all’epoca imperiale romana, con l’eccezione di un singolare frammento di rilievo di arte copta dal Cairo. Queste sculture, per le quali è ipotizzabile una provenienza dall’area siriano-egiziana o egea per mezzo del ricchissimo conte Cassis Faraone, furono esposte nell’atrio del Palazzo Biserini e nel 1874 vennero trasportate a San Giusto nel tempietto-gliptoteca dove ora sono nuovamente collocate accanto al cenotafio di Winckelmann.
L’Accademia degli Arcadi Sonziaci terminò nel 1809 e la sua eredità culturale fu raccolta dalla Società di Minerva.

Storia progettuale del Monumento

Pianta della Cattedrale di San Giusto con adiacente il Cimitero Superiore e, in basso, quello Inferiore, 13-10-1819 (ADT)

Pianta della Cattedrale di San Giusto con adiacente il Cimitero Superiore e, in basso, quello Inferiore
13-10-1819 (ADT)

Quale «riparazione della città a tanto delitto» il conte Domenico Rossetti dal 1808 iniziò a promulgare e sostenne, con instancabile perseveranza, il progetto di erigere un monumento alla memoria di Winckelmann, considerandolo anche quale rivalutazione culturale della città. Si sarebbe trattato di un cenotafio (monumento funebre privo del corpo) in quanto non fu possibile recuperare le ossa dello studioso tedesco ormai prive di indicazione e confuse tra le altre nell’ossuario universale, in cui erano state traslate.
La proposta iniziale di Domenico Rossetti fu quella di collocare il monumento all’interno della Cattedrale di San Giusto, ma negatogli il consenso si risolse a progettare un tempietto sepolcrale a sé stante nell’area del Cimitero superiore, area che si estendeva sul lato meridionale della stessa cattedrale. È infatti del 1822 l’idea di erigere «un piccolo Panteon» che ospitasse il cenotafio a Winckelmann affiancato da monumenti di altri illustri triestini; ma bocciato anche questo progetto Rossetti ne elaborò un secondo, analogo, in cui immaginava la collocazione accanto al cenotafio delle antiche lapidi tergestine: si tratta del primo proponimento di collegare il cenotafio alle memorie cittadine, facendo del grande studioso tedesco il nume protettore e coalizzatore delle antichità locali.
Già alla fine dello stesso 1825, però, dopo un ulteriore rifiuto delle autorità e anche per evidenti motivi economici, Rossetti rinuncerà al tempietto e si dedicherà all’ideazione di un semplice nicchione da porre, sempre a San Giusto, nell’area del Cimitero inferiore, in quegli anni dismesso: accanto alle antichità triestine egli proporrà di ricoverare anche quelle aquileiesi, incassate nel muro di cinta e protette da un tetto a spiovente. Anche la vicenda di questo nicchione sarà lunga e complessa e l’area verrà definitivamente concessa per l’erezione del monumento e per accogliere le antichità solo nel 1831.

Progetto di un museo di triestine antichità col monumento sepolcrale di Winckelmann

Progetto di un museo di triestine antichità col monumento sepolcrale di Winckelmann, 4 giugno 1825 (ADT Misc. b. 13 C 17).

Pianta dell’antico ora derelitto cimitero di S. Giusto in Trieste, 1829

Pianta dell’antico ora derelitto cimitero di S. Giusto in Trieste, 1829
(Archivio della Antikensammlung, Akt Vienna 1681 ex 1828).

Il Monumento

monumento
La realizzazione del monumento fu nel 1808 commissionata da Domenico Rossetti allo scultore Antonio Bosa, professore dell’Accademia di Venezia. I disegni vennero visionati e corretti dal maestro Antonio Canova e i modelli furono realizzati nel 1819. L’opera, realizzata in marmo di Carrara nel 1822, fu montata nel giardino del futuro Orto Lapidario solo dieci anni dopo, all’interno di un grande nicchione con soffitto a cassettoni. L’inaugurazione ufficiale fu tenuta il primo marzo del 1833.
Il monumento raffigura un giovane genio alato seduto in atteggiamento dolente su un sarcofago, con fiaccola riversa e un medaglione con il ritratto di Winckelmann. Sotto il sarcofago un grande dado porta il bassorilievo in cui un uomo togato – lo stesso Winckelmann – addita le antichità egizie, romane ed etrusche alle figure allegoriche delle Arti (Pittura, Scultura e Architettura) seguite dalla Storia, la Critica, la Filosofia mentre l’Archeologia siede intenta a scrivere. Sul sarcofago è incisa l’iscrizione dettata dal letterato Giovanni Labus.

Vincenzo Zandonati

Trieste 1803 – Aquileia 1870

Nato a Trieste nel 1803, a 23 anni si era spostato ad Aquileia per succedere al farmacista Salvatore Zanini. In quella città aveva iniziato a raccogliere nella propria casa tutte le antichità che trovava, recuperandole dalla dispersione, anche senza fare scavi in proprio. Egli riunì allo stesso tempo le notizie sulla storia della città che pubblicò nel 1849 nella “Guida storica dell’antica Aquileia”.
Sullo scorcio degli anni sessanta dell’Ottocento Vincenzo Zandonati si preoccupò della sorte della sua collezione, in quanto non vedeva ancora prospettarsi in Aquileia una favorevole congiuntura e la volontà di organizzare un istituto museale in grado di valorizzarla. Egli preferiva che il frutto delle sue lunghe ed impagabili fatiche figurasse nella città in cui ebbe i natali, piuttosto che andasse ad ornare Musei d’altri paesi.
Le trattative con il Comune di Trieste iniziarono nel settembre 1869 e si conclusero, dopo la sua morte (24 maggio 1870), ad opera del figlio Giovanni e il contratto fu stipulato il 30 giugno 1870.
Si tratta di oltre 25.355 oggetti, suddivisi in otto inventari: «Iscrizioni» più di 400 pezzi, «Glittica ed Ambra» più di 1.500 pezzi, «Medagliere» più di 9.000 pezzi, «Metalli» più di 4.500 pezzi, «Statuaria e scultura» più di 1.000 pezzi, «Figulina, avorio e calcoli» più di 1.500 pezzi, «Gemme vitree e vetri» più di 2.500 pezzi, «Biblioteca» più di 300 volumi.

 

Domenico Rossetti De Scander

Trieste 19-3-1774 – 29-11-1842

Domenico Rossetti

Compiuti gli studi a Prato, Rossetti si laureò a Graz in giurisprudenza e ricoprì dal 1818 presso il Comune di Trieste la carica di procuratore. Più volte fu inviato a Vienna a rappresentare presso la Corte gli interessi della sua città.
Studioso di letteratura e di storia regionale e moderna dimostrò di possedere una solida cultura classica. Fondò la Società di Minerva nel 1810 e la rivista «Archeografo Triestino» nel 1829.
Fu il promulgatore e il realizzatore del monumento alla memoria di J.J. Winckelmann e insieme a P. Kandler creò la prima raccolta di iscrizioni antiche tergestine.

Pietro Kandler

Trieste 25-5-1804 – 18-1-1872

Massimo storico triestino dell’800, Kandler studiò a Trieste e si laureò in giurisprudenza all’università di Padova. Fu dal 1842 procuratore civico (avvocato del Comune). Pubblicò molteplici saggi e articoli su svariati argomenti di storia politica, economica, giuridica e letteratura triestina e istriana, alcuni volumi e molti manoscritti avendo a disposizione i documenti degli archivi civici e basando quindi le proprie considerazioni su fonti documentarie.

Carlo Kunz

Trieste 11 luglio 1813 – 11 febbraio 1888

Litografo e tipografo Kunz si dedicò allo studio della numismatica e al commercio delle monete antiche. Ricoprì la carica di primo direttore del Museo Civico d’Antichità di Trieste e ne riordinò le collezioni che illustrò nel catalogo «Il Museo Civico d’Antichità di Trieste» nel 1879.

Alberto Puschi

Trieste 13-2-1853 – 9-11-1922

Numismatico e archeologo Puschi compì i suoi studi presso l’università di Graz e fu direttore del Museo Civico d’Antichità dal 1884 al 1919. Curò il secondo riordino dell’Orto Lapidario e diresse campagne di scavi a Trieste e in Istria, nel sito dell’antica Nesazio.

Pietro Sticotti

Dignano d’Istria 4-4-1870 – Trieste 30-7-1953

Sticotti studiò a Vienna filologia classica e archeologia. Fu assunto nel 1905 presso il Museo Civico di Antichità di Trieste del quale fu direttore dal 1920 al 1940. Promosse e diresse molte campagne di scavo in Istria e a Trieste dove seguì in particolare la riscoperta della basilica civile a San Giusto.
Pubblicò moltissimi articoli scientifici e divulgativi e nel 1951 il volume dedicato alle iscrizioni tergestine, «Inscriptiones Italiae, X, 4: Tergeste».

Antonio Bosa

Pove del Grappa 1777 – Venezia 1845

Scultore neoclassico, Bosa lavorò moltissimo a Trieste (Palazzo Carciotti, Rotonda Panciera, Casa Fontana, Palazzo della Borsa e altri) e a Venezia (ala napoleonica delle Procuratie Nuove di S. Marco) dove divenne membro dell’Accademia di Belle Arti. La sua opera più nota è il cenotafio a J.J. Winckelmann «opera, questa, pienamente rappresentativa del gusto neoclassico, corretta nella formulazione programmatica ma senza pedanteria» (F. Firmiani, Arte neoclassica a Trieste, Trieste 1989, p. 230).

Palazzo Biserini

Il palazzo esistente accanto alla chiesa della Beata Vergine del Soccorso, in piazza A. Hortis n. 4-5, prende il nome da Antonio Biserini che ne fu il proprietario dal 1804. L’edificio, eretto nel 1802 su committenza di Giuseppe e Antonio Maurizio de Mohrenfeld, fu riadattato in forme neoclassiche nel 1813-17 dall’architetto Pietro Nobile ed in seguito fu rialzato e perse gli elementi decorativo-architettonici della facciata.
Fu sede degli intendenti francesi Lucien Emile Arnault e Angelo Calafati, durante la terza occupazione francese (1809-1813), e dal 1817 ospitò l’Accademia di Commercio e di Nautica; divenne sede della Biblioteca Civica che vi si trasferì nel 1823, e del Civico Museo di Storia Naturale. Quest’ultima istituzione ebbe origine nel 1846 quando per iniziativa di privati sottoscrittori fu fondato il Gabinetto Zoologico-zootomico che nel 1852 fu assunto in proprietà civica e due anni dopo posto sotto l’alta protezione dell’arciduca Ferdinando Massimiliano.
Il Palazzo Biserini ospitò inoltre, fin dalla sua costituzione ufficiale del 1870, anche il Gabinetto di Antichità del Museo civico, dapprima solo in tre sale e poi, in breve tempo, in sette. Nel terzo decennio del ‘900, però, le collezioni vi erano comunque troppo affastellate e furono trasferite nella nuova sede di via della Cattedrale n. 15.

Edificio di via della cattedrale 15

Il 10 dicembre 1924 i locali della sede di Palazzo Biserini vennero liberati e le collezioni trovarono nuova e più moderna esposizione presso l’edificio comunale di via della Cattedrale. Il trasloco iniziato il 16 ottobre fu eseguito in 32 giornate di lavoro per complessivi 48 viaggi con carro trainato da due cavalli. Il 21 aprile 1925, alle ore 11, il nuovo Museo venne inaugurato.
L’edificio attuale è il risultato di una serie di rimaneggiamenti e ampliamenti del nucleo originale, esistente probabilmente già alla fine del Settecento. In documenti dell’inizio del secolo successivo risulta infatti già di proprietà della famiglia patrizia triestina de Francol, passato poi alla famiglia Kupferschein che nel 1836 lo vendette al ricco mercante maltese Giuseppe Ellul German. Egli vi fece apportare quelle modifiche che lo connotano come un elegante e proporzionato edificio neoclassico (opera di Giovanni Battista de Puppi del 1837; ampliamento con costruzione della parte sul lato via della Cattedrale dello stesso architetto nel 1840; sopraelevazione di F. Tureck del 1846). L’edificio nel 1883 divenne convitto diocesano e passò in proprietà comunale nel 1913.

Cimitero di Trieste

In seguito al decreto emanato dall’imperatore Giuseppe II nel 1784 vennero abolite le sepolture nelle chiese e soppressi i cimiteri minori della Madonna del Mare, San Francesco, Santi Martiri e di San Nicolò. Unico cimitero cittadino cattolico rimase quello a San Giusto, suddiviso in Cimitero Superiore, nell’area sul lato destro della Cattedrale, e in Cimitero Inferiore, o Maggiore, nell’area dell’odierno Orto Lapidario, già proprietà del Decano Capitolare; tra i due stava la Cappella mortuaria, la chiesetta di San Michele al Carnale. Agli inizi dell’Ottocento si rivelò indispensabile creare un nuovo cimitero; nel 1819 fu prescelta un’area nella zona detta Sant’Anna e il primo agosto 1825 il cimitero di San Giusto venne dismesso ed entrò in funzione il Campo santo di Sant’Anna, tuttora in uso.

La Società di Minerva

Sviluppandosi per distacco dall’Accademia degli Arcadi Sonziaci, la Società di Minerva venne fondata a Trieste nel 1810 con l’intento di soddisfare l’élite culturale cittadina dando vita a un Gabinetto di lettura dov’era possibile trovare gazzette italiane ed europee e libri aggiornati.
Interessi culturali letterari e scientifici venivano approfonditi e discussi nelle sue adunanze, con l’intento dichiarato di ricostruire una memoria storica a supporto di una cultura adeguata al ruolo della nascente classe borghese e commerciale di Trieste.
Nello statuto era prevista l’istituzione di una biblioteca e di un museo e infatti la Società riunì collezioni artistiche, naturalistiche e scientifiche varie ed eterogenee che confluirono poi in quelle dei Civici Musei di Storia ed Arte e del Civico Museo di Storia Naturale.
Nel 1829 venne fondato il periodico l’«Archeografo Triestino. Raccolta di opuscoli e notizie per Trieste e per l’Istria». Edito a cura della Società di Minerva è uno dei più antichi giornali storici italiani ancora pubblicato annualmente. Si distingue per il rigore scientifico con cui sono trattati i temi archeologici, storici e letterari.