Sale Romane

Atrio

Sala I

Sala II

Due frammenti con Amazzonomachia

Frammento di sarcofago

Trapezoforo

Divinità romane
Vecchio dignitario

Testa dell’imperatore Caligola

“Germania capta”

Testa di bambina

Ritratto di bambino, Lucio Vero

Bronzetti
, Fortuna-Iside, Lare, Genius
Stipe di Gretta
, Rilievo con Silvano e tre ninfe
Stele con due mani e leggenda greca

Avorio con scene mitologiche
 Statuetta femminile panneggiata in alabastro
Rilievo con combattimento di gladiatori

Ceramica romana

Lucerne in terracotta

Osso
, Bronzo, Vetro, Gioielli
Gemme incise
, Ambra
Necropoli romana di San Servolo

Atrio

Ricche sono le raccolte di reperti romani. Questi provengono in gran numero da Aquileia, soprattutto in seguito all’acquisto nel 1870 da parte del Comune della cospicua collezione di materiali archeologici di quell’antica città, riuniti dal farmacista triestino Vincenzo Zandonati (più di 34.500 reperti). Tale importante nucleo fece da base per i successivi incrementi dovuti a doni, acquisizioni da privati concittadini, da alcuni antiquari e da depositi dello Stato. Si tratta di materiali provenienti da Aquileia stessa, e dal suo territorio, da Tergeste, dall’Istria e dalle vicine zone degli stati confinanti. Non mancano però pezzi di cui è nota o presunta la provenienza dall’area mediterranea, soprattutto orientale.

Nell’atrio è esposta un’importante serie di rilievi di sarcofagi attici: prodotti in Grecia tra la fine del II e il III sec. d.C., furono importati allora a Aquileia e nel territorio tergestino. L’alta qualità dell’esecuzione di questi pezzi denota l’elevato livello economico dei committenti locali, che ne fecero un elemento di distinzione del benessere raggiunto. I temi prediletti mostrano scene di battaglia, anche navale, con prevalenza di Amazzonomachia – visibili sul lato sinistro, entrando – ma anche episodi del mito di Achille (“la scoperta di Achille a Sciro”) e di Ippolito (“Fedra osserva Ippolito mentre si esercita nello stadio di Rezene”), i cui frammenti sono a destra.

In particolare si notano i due grandi frammenti con Amazzonomachia della fine del II sec. d.C., che vennero ritrovati riutilizzati nel pavimento della Cattedrale di San Giusto. Quindi, per la raffinata realizzazione, ilframmento di sarcofago attico con il mito di ippolito :

A destra dell’ingresso un sostegno in marmo di tavolo, un trapezoforo, raffigurante due grifi o leoni alati con corna caprine.

DUE GRANDI FRAMMENTI DI AMAZZONOMACHIA

Due grandi frammenti di Amazzonomachia

 

I frammenti con Amazzonomachia, sono stati ritrovati nella Cattedrale di San Giusto, dove erano riutilizzati nel pavimento trecentesco, con i rilievi rivolti a terra. Appartengono allo stesso pezzo di cui costituiscono la fronte, completa tranne la sezione distrutta dal taglio della sega. Mostrano un animato combattimento tra amazzoni a cavallo e guerrieri greci nudi, con mantello e elmo, armati di spada; in basso alcuni feriti e in secondo piano un greco che suona la tromba; alle estremità due figure angolari, forse due Nike. Deve essere datato alla fine del II sec. d.C.

FRAMMENTO DI SARCOFAGO ATTICO CON IL MITO DI IPPOLITO

FRAMMENTO DI SARCOFAGO ATTICO CON IL MITO DI IPPOLITO

Una donna dal capo velato, vestita di chitone senza maniche e mantello, stringe nella mano sinistra una conocchia e si rivolge al giovane armato di spada davanti a lei, il quale pare ritrarsi. Tra loro, in secondo piano, un giovane panneggiato che si appoggia ad un’asta che tiene con la mano destra.

Il frammento in marmo databile al secondo quarto del III secolo d.C., deve essere interpretato come l’episodio in cui la nutrice di Fedra rivela allo sdegnato Ippolito l’amore segreto che la sua matrigna prova per lui.

Trapezoforo

trapezoforo

Sostegno di tavolo, o cartibula, a figure intere di grifi a testa e corpo di leone con corna ricurve e grandi ali, tipo ben noto a Pompei, dove era generalmente collocato nell’atrio delle case, davanti all’impluvium, in corrispondenza del tablinum.

Trova confronto con uno analogo rinvenuto a Roma, sotto San Crisogono, e un altro da Aquileia ma con corna di ariete.

In marmo bianco, si ritiene di produzione urbana che segue gli stilemi neoattici.

I sec. a.C.

Sala I

Scultura romana e divinità

La sala a destra dell’atrio espone la scultura romana, esemplificata principalmente dalla ritrattistica privata e imperiale, in una panoramica dal I sec. a.C. al III d.C. Per i materiali è ipotizzabile una provenienza prevalentemente aquileiese, ma non mancano ritratti per i quali è stata proposta l’importazione da Roma o dall’Egitto.

veduta della sala scultura

 

La serie permette di riconoscere l’evoluzione stilistica nella lavorazione dei volti – in particolare degli occhi (che, dapprima lisci, hanno poi iride e pupilla incise) – e la preferenza tra raffigurazioni idealizzate o realistiche, fino a giungere ad effetti espressionistici.

Interessante è poi notare il mutare delle mode nelle acconciature, sia maschili che femminili, naturalmente ispirate a quelle adottate dalla famiglia imperiale.

L’esposizione inizia con una testa di vecchio dignitario in basalto dalla forte caratterizzazione dei tratti distintivi dell’età avanzata, che proviene probabilmente dall’Egitto dove fu realizzata alla metà del I sec. a.C. Dall’Egitto proviene forse anche il ritratto di bambina la cui fronte in origine doveva essere cinta da un ornamento in metallo (in oro?).

Seguono due ritratti funerari in calcare di probabile realizzazione aquileiese databili tra la fine dell’età repubblicana e l’età augustea: uno maschile di anziano, tratto da un rilievo, e uno di bambino, fortemente rilavorato.

Tolto anch’esso da un rilievo, ma in marmo, il successivo volto di giovane ha lineamenti idealizzati che lo fanno inserire tra quelli del periodo medio augusteo di produzione urbana. Dello stesso periodo, ma di produzione aquileiese e in calcare, il vicino ritratto di anziana.

Un particolare risalto è dato alla testa dell’imperatore Caligola (37-41 d.C.), rinvenuta nel territorio dell’antica Aenona (Nona, in Dalmazia); accostata nell’esposizione a un rilievo raffigurante la cosiddetta “Germania capta”, proveniente dall’Asia Minore (da Kula nei pressi di Philadelphia).

Tra i ritratti del I secolo d.C. si nota per la raffinata tecnica d’esecuzione una piccola testa di bambina, in cui si era proposto di riconoscere la figlia di Claudio e Messalina, quella Ottavia Claudia che fu sfortunata moglie di Nerone tra 53 e 62. Il delicato modellato del volto, dai morbidi passaggi chiaroscurali, viene datato con certezza all’età neroniana; la sottolineatura dei particolari, trattati con l’uso equilibrato del trapano, cattura l’ombra dando vita al volto.

Proviene da Taranto (rinvenuto in scavi condotti tra 1883 e 1890) il fantastico ritratto di bambino in marmo dai grossi ricci ariosi e voluminosi, trattati plasticamente, che contrastano con i piani morbidamente levigati del volto paffuto dall’espressione quasi imbronciata. Vi si riconosce Lucio Vero (imperatore tra 161-169) in un ritratto del 138, allorquando a otto anni venne adottato, insieme a Marco Aurelio, dall’imperatore Antonino Pio.

Concludono la serie dei ritratti un volto in marmo di uomo anziano con barba e sguardo severo e cinque teste femminili dalla particolare acconciatura a ciocche raccolte posteriormente in una treccia a “stuoia”, tipica della metà del III sec. d.C.

Tra questi, uno (si distingue per la superficie del marmo più scura) è stato rinvenuto in scavi a Trieste, nella zona di San Sabba, che già in epoca romana era destinata a un “uso industriale”. La testa di maggiori dimensioni raffigura sicuramente una principessa o un’imperatrice, ma fu rilavorata: originariamente doveva trattarsi di un ritratto velato capite con la ricca chioma ondulata preferita dall’imperatrice Iulia Domna (consorte di Settimio Severo, 193-210). In seguito, alla metà del III sec., fu rilavorata per raffigurare Otacilia Severa, moglie di Filippo l’Arabo (244-248), o piuttosto Herennia Etruscilla, moglie di Decio (249-251), che scelsero un’acconciatura “a elmo” con capelli raccolti dietro in una treccia piatta o in una reticella.

gruppo di teste

Divinità romane

Oltre ai ritratti la sala è dedicata alle divinità del Pantheon romano, raffigurate in pietra, in bronzo (i cosiddetti Bronzetti) e rappresentate su lucerne in terracotta.

Molte sono le dee presenti: Minerva, Venere, Selene-Luna, Fortuna-Iside (riconoscibile per gli attributi della cornucopia e del timone), e Salus (personificazione della salute e del benessere, rappresentata con una cornucopia traboccante spighe di grano, simbolo di prosperità).

Tra gli dei: Giove, Serapide, Apollo, Mercurio, Dioniso-Bacco, Nettuno, Priapo, accanto a Sileni e Satiri. Non manca il culto di Mitra rappresentato da una statuetta mutila del dio e un torso di Aion-Cronos(tra II e III sec. d.C.).

Alcuni bronzetti venivano conservati nel larario domestico, piccola edicola di culto in cui si veneravano le divinità del mondo privato, e in particolare i Lari; accanto stava l’immagine del Genius e le divinità adorate dalla famiglia.

Un discorso particolare merita Ercole, il cui culto fu uno dei più antichi tra quelli introdotti a Roma, divenendo il più diffuso nume tutelare dei mercanti e dei pastori.

È presente in una statuetta in marmo (I sec. d.C.) e in molti bronzetti, raffigurato in posizione stante, in riposo, offerente o come combattente (V sec. a.C. – prima metà II sec. d.C.); ed è presente anche sul disco di una lucerna nell’atto di combattere contro il mostro Idra.

Il Museo conserva inoltre una serie di bronzetti raffiguranti Ercole ritrovati nel 1904 nel rione triestino di Gretta, e quindi detta Stipe di Gretta.

Si osservi ancora il rilievo conPan e le tre ninfe, la stele con due mani e leggenda greca, e in avorio latavoletta con scene mitologiche.

Vecchio dignitario

vecchio dignitario

Testa di vecchio in basalto dalla forte caratterizzazione dei tratti distintivi dell’età avanzata. La testa è cinta da una corona di fiori e proviene probabilmente dall’Egitto dove fu realizzata in una bottega alessandrina alla metà del I sec. a.C.

Testa dell’imperatore Caligola

caligola e rilievo

Rinvenuto in scavi settecenteschi condotti nel territorio dell’antica Aenona (Nona, in Dalmazia), il ritratto appartenne certamente a una statua imperiale in marmo, che fu trovata frammentaria e venne rilavorata. Il volto è pieno e allungato, gli occhi leggermente obliqui a goccia, e la pettinatura caratteristica dei ritratti classici dell’imperatore Caligola, di cui sono noti una cinquantina di esemplari, e in particolare di quelli databili al 37-41 d.C.

Rilievo raffigurante la cosiddetta “Germania capta”

Proveniente dall’Asia Minore (da Kula nei pressi di Philadelphia), il rilievo raffigura un uomo armato che sprona il cavallo al galoppo verso una donna dai lunghi capelli sciolti, stante, in lunga tunica, che pare legata a una colonna. La donna è interpretata come figurazione di una provincia conquistata, in atteggiamento dimesso e impotente. L’iscrizione in greco identifica le due figure come l’imperatore Caligola e la provincia della Germania. L’esecuzione trascurata e diversi errori fanno supporre si tratti di un’opera non antica, oppure dovuta all’intervento di un modesto artigiano che eseguì il rilievo tra gli anni 39-40, corrispondenti a una spedizione contro i Catti, bellicosa tribù germanica.

Testa di bambina, forse Ottavia Claudia

Testa di bambina

Tra i ritratti del I sec. d.C. si nota una piccola testa di bambina, in cui si è proposto di riconoscere la figlia di Claudio e Messalina, Ottavia Claudia, che fu la sfortunata moglie di Nerone tra 53 e 62. Nel delicato volto, dai morbidi passaggi chiaroscurali, si riconosce l’uso equilibrato del trapano, che ha giocato sapientemente per sottolineare i particolari in cui l’ombra è catturata. La testa è databile quindi in età neroniana.

Ritratto di bambino, Lucio Vero

Ritratto di bambino, Lucio Vero

Il bel ritratto infantile in marmo di Lucio Vero – che fu imperatore nel 161-169 – è stato rinvenuto in scavi condotti a Taranto tra 1883 e 1890.

Il volto rotondo e paffuto ha un’espressione imbronciata. La resa naturalistica è ottenuta dal contrasto tra la morbidezza delle parti levigate e la ricca e mossa capigliatura, trattata plasticamente con grossi boccoli voluminosi. Il ritratto è del 138, quando Lucio, a otto anni, venne adottato, insieme a Marco Aurelio, da Antonino Pio.

Bronzetti

Le piccole statuine in bronzo venivano conservate nel larario domestico, edicola di culto in cui si veneravano le divinità del mondo privato, e in particolare i Lari (figure di giovani danzanti, che porgono una patera e un corno potorio) destinate alla protezione della casa romana, accanto alle immagini del Genius, lo spirito tutelare legato al culto del genio del capofamiglia, a cui venne affiancato dall’età augustea il Genius dell’imperatore.

Fortuna-Iside

fortuna - iside

Bronzetto rinvenuto a Trieste in scavi presso il Bosco Pontini (attuale via D. Bramante) nel 1908, all’interno di una struttura artigianale romana che si trovava lungo la strada per l’Istria. La figurina fu prodotta forse a Industria (Torino) in epoca giulio-claudia.

Lare

Lare

La finezza di lavorazione di questo bronzetto di Lare (rinvenuto a Grado) permette di ipotizzarne una produzione nell’Italia meridionale, della prima metà del I sec. d.C.

Genius

genius

Bronzetto di Genius che sacrifica velato capite,proveniente da Villanova di Verteneglio, in Istria, metà I sec. d.C.

Stipe di Gretta

Bronzetti di Ercole

Ercole è raffigurato in una serie di bronzetti, ritrovati nel 1904, sotterrati in un prato nel rione triestino di Gretta (lungo l’antica via di collegamento tra Aquileia e Tergeste).

Detto “Stipe di Gretta”, il tesoretto era composto da bronzetti mutilati e danneggiati intenzionalmente in antico. Si trattava forse di un deposito votivo offerto da un mercante romano, di probabile origine italica, il che indicherebbe la presenza di un luogo di culto, un santuario all’aperto, dedicato a Ercole almeno dal IV sec. a.C. I bronzetti raffigurano Ercole secondo tre iconografie – “in riposo”, “combattente”, e “bibax” (con il bicchiere) – e sono databili dal V-IV al II-I a.C.

Il culto di Ercole fu uno dei più antichi tra quelli introdotti a Roma, divenendo il più diffuso nume tutelare dei mercanti e dei pastori.

Rilievo con Silvano e tre ninfe

Silvano e ninfe

In una composizione simmetrica, tre fanciulle greche danzanti sono accompagnate da una figura maschile che ha le caratteristiche del dio Silvano, raffigurato con i tratti del dio Pan (divinità con cui è spesso associato e confuso): orecchie e zampe caprine, ventre grosso, lunga barba e folta chioma.

Questo dio fu molto venerato in Dalmazia, particolarmente nella zona di Salona e lungo la costa adriatica, dove era associato al culto delle ninfe. Il rilievo, databile al III sec. d.C., porta un’iscrizione votiva: “Primigenivola schiava di Mevio / sciolse il voto volentieri meritatamente”.

Stele con due mani e leggenda greca

Stele con due mani

Stele di marmo che mostra due avambracci alzati, affiancati con mani a palmi aperti, su cui sono incisi due crescenti di luna. Nel campo, sopra e sotto il rilievo, un’iscrizione in caratteri greci:

stele con due mani testo greco

Il pezzo “compare” a Trieste nel 1822, ma non è certo pertinente alla città e si può ipotizzare una sua provenienza da area anatolica, legata al mercato antiquariale del collezionismo ottocentesco; forse fu trasportato da una nave mercantile come oggetto curioso, oppure si può pensare che per la sua forma, misura e peso possa essere stato usato come contrappeso inserito nei colli di tappeti turchi nel carico degli asini e così “nascosto” sia giunto in città.

Il pezzo è databile al II-III sec. d.C. e rientra nel gruppo di materiali votivi del culto anatolico, concentrato soprattutto in Licia e in Frigia, agli dei Hosios kai Dikaios: già ritenute ipostasi di altri dei come messaggeri di Apollo e Helios, sono ora ritenute due divinità maschili associate tra loro, personificazioni delle qualità designate dai loro nomi, gli dei pii e giusti. Il gesto di preghiera o invocazione delle due mani è quello con cui si richiede l’aiuto divino o la vendetta in seguito alla morte violenta o prematura, che ben si adatta alle caratteristiche del culto espresso dai due nomi legati alla “giustizia divina” sacra alla legge divina che regola i rapporti tra gli uomini.

Il nome della dedicante, Lucifera, fu molto diffuso, anche in Magna Grecia, e suggerisce una probabile condizione modesta o rurale della donna.

Avorio con scene mitologiche

avorio

Coperchio di capsella, o copertura di libro, la tavoletta d’avorio presenta una cornice raffigurante amorini che vendemmiano tra racemi e foglie di vite. Lo specchio è suddiviso in due scene: due giovani, i Dioscuri, tra amorini; una donna, Europa, abbraccia il collo di un toro, cavalcato da un erote (in un clipeo il busto di Giove). Un’altra interpretazione vi legge la raffigurazione dei segni zodiacali: Gemelli e Toro. Di produzione alessandrina, deve essere datato agli inizi del VI sec. d.C.

 

Sala 2

Il mondo romano

 

La sala a sinistra dell’atrio è prevalentemente dedicata agli oggetti della vita quotidiana nel mondo romano. I reperti esposti sono generalmente privi di notizie sicure circa la provenienza. I confronti suggeriscono sia l’ambito regionale, principalmente Aquileia e il suo territorio tra la fine della Repubblica e il tardo Impero, che un ambito più ampiamente “mediterraneo”, soprattutto orientale. Quest’ultimo testimonia l’importante ruolo svolto da Trieste nel circuito commerciale e collezionistico, particolarmente nel corso dell’Ottocento e del primo Novecento.

il mondo romano

Sono esposti i manufatti romani di uso quotidiano domestico e gli oggetti dei corredi sepolcrali realizzati in bronzo, ceramicapresente con pezzi nelle diverse produzioni econ una ricca selezione di lucerne in terracotta, vetro, osso e ambra, ma non manca una serie di gemme incisee anche dadi da gioco con i bussolotti per lanciarli.

Alcuni corredi funerari sono stati rinvenuti nello scavo della necropoli romana presso San Servolo /Socerb nel territorio triestino; mentre una serie di urne sepolcrali in vetro soffiato e in ceramica proviene da Aquileia.

Si segnalano i gioielli rinvenuti in una tomba in Istria presso Umago / Umag e due interessanti rilievi del II secolo d.C. che mostrano una Statuetta femminile panneggiata in alabastrodi raffinata esecuzione da Aquileia e il rilievo concombattimento di gladiatori dall’isola di Cos, produzione provinciale.

Statuetta femminile panneggiata in alabastro

statuetta in alabastro

Figura femminile che era realizzata a tecnica mista e ora si conserva solo la parte in alabastro mentre sono andate perdute la testa, il braccio destro, l’avambraccio sinistro e un oggetto appoggiato sulla spalla sinistra, che dovevano essere realizzati in diverso materiale, molto probabilmente in marmo (rimangono tracce dei perni metallici per il loro fissaggio).

La figura scolpita a bassorilievo si presenta frontale stante, con il peso sulla gamba sinistra, e doveva essere completata dal braccio destro alzato, sorreggente con ogni probabilità uno scettro, mentre quello sinistro, piegato al gomito, era proteso in avanti. Tale posizione e il tipo della veste hanno suggerito una generica identificazione con la dea Giunone; ma accettando tale ipotesi il tipo iconografico presenterebbe nella mano sinistra una patera e ciò non giustificherebbe l’esistenza del perno visibile sulla spalla. Questo permette di immaginare l’esistenza di un distanziatore che sosteneva in posizione verticale una cornucopia, elemento che farebbe attribuire allora la statua alla dea Tyche Fortuna. Il confronto con la statuetta di Manlia Scantilla (augusta dell’Impero romano nel 193) come Venere anch’essa in alabastro con ancora la testa in marmo (conservata presso il Musée des Beaux-Arts d’Agen in Francia) suggerisce di riconoscervi una donna della casa imperiale, in questo caso raffigurata come Fortuna.

Il grande valore e la rarità del materiale, così come le piccole dimensioni, fanno ipotizzare per questa raffinata scultura un uso nella sfera domestica, in una domus dell’opulenta Aquileia della prima metà del II secolo. Datazione deducibile dall’alto livello della lavorazione dell’alabastro e dalla resa delle due diverse stoffe, il mantello e la tunica manicata stretta in vita da cintura, che crea un effetto naturalissimo di morbidezza, sottolineando le forme del corpo.

Rilievo con combattimento di gladiatori

Combattimento di Gladiatori

Il rilievo di marmo mostra due gladiatori, che in origine dovevano essere tre, nel momento dello scontro intorno a una catasta o pons, dotata di rampe simmetriche. Sulla pedana sta il retiarius (armato con pugnale, tridente e proiettili in pietra), attaccato contemporaneamente da due secutores, con spada in pugno, protetti da elmo, scudo e corazza. L’esito del combattimento fu vittorioso per il reziario che proprio per questa vittoria ottenne il congedo.

Attribuito a bottega romana provinciale dell’isola di Cos e datato al II sec. d.C.

Ceramica romana

ceramiche

Il vasellame romano più fine era realizzato in terra sigillata: le forme, lavorate al tornio e a matrice, erano poi verniciate per immersione in argilla finemente depurata, che dava il caratteristico colore rosso cristallino dopo la cottura in forni ad atmosfera ossidante. La decorazione, che imitava i prodotti metallici, era resa con figure applicate (“a matrici” impresse con punzoni) o da fasce “a rotella” o “alla barbotine” (frammenti sono nelle cassettiere vetrate fruibili dal pubblico).

La produzione si distingue in orientale (i primi esempi di questa lavorazione, che sostituì la ceramica a vernice nera, apparvero in area siriano-palestinese a partire dalla metà del II sec. a.C., e poi in Asia Minore, soprattutto in Turchia e a Cipro), in particolare due belle brocche; italica (prodotta dalla metà del I sec. a.C. ad Arezzo, e poi in succursali) e nord italica (area padana fino alla fine del II d.C.), soprattutto coppe e piatti che presentano impressi sull’interno del fondo bolli con il nome delle botteghe, eseguiti con un punzone prima della verniciatura e della cottura. E infine la terra sigillata africana, che dominò a lungo i mercati del bacino mediterraneo del mondo tardo-imperiale, prodotta dal I al VII sec. d.C.

Bicchieri e coppe, usati prevalentemente per bere, sono in argilla fine lavorata a pareti sottilissime (produzione Alto Adriatica del I d.C.).

In ceramica comune depurata sono realizzati contenitori d’uso quotidiano: olpi, brocche, balsamari, coppe e le olle, più comuni, in ceramica grezza ad impasto grossolano.

Le olle ebbero un doppio uso: in ambito domestico come contenitori per alimenti e in ambito funerario come urne cinerarie, realizzate in ceramica o in vetro soffiato (alcune conservano ancora le ossa combuste del defunto).

Lucerne in terracotta

lucerne

Nella sala è esposta una piccola serie di lucerne, scelte tra le quasi ottocento possedute dal Museo (tutte visibili nelle cassettiere), che vanno dal periodo repubblicano a quello tardoantico. Ma non mancano esempi delle più antiche, a forma aperta (ciotole con alloggiamenti per lo stoppino), delle greche con becco a ponticello (fine VII sec. a.C.) e delle prime realizzate con la tecnica “a matrice” (III sec. a.C.), che comportò una produzione seriale, nonché una maggiore varietà di forme e di decorazioni.

Questa fu la tecnica adottata successivamente anche per le lucerne di epoca romana, che si distinguono in lucerne a volute, a disco, a canale (sulle quali sono pressoché onnipresenti i marchi di fabbrica impressi a rilievo sul fondo) e le tardoantiche realizzate fino al VII sec. d.C.

Non mancano esemplari delle lucerne polilicni (a molti beccucci).

Osso

ossi-aghi

Sono realizzati in osso (surrogato del carissimo avorio) oggetti di piccola dimensione: pissidi (per contenere cosmetici o oggetti), cucchiai, conocchie per la filatura, aghi per cucire; ma soprattutto gli spilloni per capelli, impiegati per sostenere e fissare le complesse acconciature di moda nel periodo imperiale, o usati per la divisione delle ciocche durante la pettinatura o ancora per l’applicazione di unguenti o cosmetici sulla capigliatura. Possono avere teste semplici o complesse modanature e figurazioni.

In osso venivano realizzati anche i pettini a denti contrapposti (VI-VII sec.).

Bronzo

Bronzo: lucerna conformato a piede

Bronzi

Gli oggetti in bronzo potevano essere di uso personale o avere funzione decorativa, ma anche venire deposti nelle tombe come corredo del defunto: sono utensili e strumenti, vasi (elementi decorati e figurati di vasi) e lucerne. Queste mostrano oltre a forme semplici e funzionali – simili alla produzione in terracotta – esemplari configurati a testa di africano, a colomba, a protome di toro, ma ce n’è anche una che riproduce minuziosamente un piede con calzare.

Dal mondo delle terme e dei gladiatori alcuni strigili (usati per detergere la pelle da olio, sudore e polvere), poi chiavi per le serrature a scorrimento delle porte e scrigni, accanto a un lucchetto a testa umana (che trova identici confronti a Aquileia). Strumenti per la toletta – specchi, pinzette e spatole per mescolare unguenti e colori per il trucco – bisturi, sonde e strumenti per la chirurgia. Inoltre sono esposti anche un compasso, alcune parti di bilance, campanelli e elementi per le cinghie delle “sospensioni” dei carri.

Per uso personale accessori del costume, quali anelli e pendenti apotropaici (amuleti a forma di fallo), ma anche fibbie di cinture, spilloni e una ampia serie di fibule, che illustra l’incessante mutazione della forma di questi piccoli oggetti indispensabili per fissare e chiudere le vesti e i mantelli, tanto esposti all’evoluzione della moda.

Vetro

Vetro unguentari dalla Siria

vetri

Una vetrina presenta i vetri romani con le loro superfici trasparenti e iridescenti, in una ricca panoramica sulle diverse tecniche, varietà tipologiche, suddivise per area di produzione e in base agli usi per i quali erano create.

È presente la lavorazione della pasta vitrea su nucleo friabile e quella posteriore in stampo (il bellissimo vetro “a mosaico”) e la produzione a soffiatura a mano libera o con l’uso di stampi, che portò all’abbattimento dei costi e alla vasta diffusione dei recipienti in questo seppur fragilissimo materiale.

Accanto alla produzione locale – uscita probabilmente dalle officine aquileiesi tra I e II d.C. (brocche, bottiglie, coppe, bicchieri e balsamari) – sono esposte le richiestissime importazioni dall’Oriente mediterraneo. Alla fine del II sec. d.C., infatti era finita l’egemonia produttiva italica e si assistette alla progressiva ascesa delle officine provinciali, come per esempio quelle di Colonia o dell’area del Mediterraneo orientale (attive per tutto il III sec.).

Fantasiosi i vasi conformati a dattero o a testa di erote, i balsamari doppi, e i guitti a corpo di colomba.

Gioielli

Nel Comune di Umago / Umag, presso la baia di San Giovanni della Corneta, accanto ai resti di una ricca villa padronale romana con strutture portuali e approdi naturali, sono state scoperte alcune tombe da cui provengono questi gioielli: una raffinata collana a piccole maglie di filo d’oro intervallate dall’inserimento al centro di una serie di 14 perline lenticolari di corniola (evidente risultato del montaggio di due diverse collane); due piccoli anelli in oro con piastrina liscia incisa uno con scorpione e l’altro con aquila; un gancio di orecchino con piccolo pendente; e una gemma in corniola, non incastonata, con inciso un atleta stante presso una colonnina.

gioielli corneta

Il corredo in oro e corniola dalla tomba rinvenuta presso San Giovanni della Corneta a Umago / Umag in Istria (I secolo d.C.).

Gemme incise

gemme

Una serie di gemme romane, incastonate in anelli di fattura moderna, documenta la produzione tra II sec. a.C. e la media età imperiale ad Aquileia: mostra la predilezione per la corniola, ma anche la scelta di agate, ametiste e del nicolo. I soggetti delle finissime incisioni sono soprattutto divinità e animali.

Si tratta di una piccolissima selezione delle più di duemila gemme della collezione glittica del museo (vedi le mostre “Preziosi ritorni” e “Gioie della Terra”).

>> Accedi al Catalogazione di reperti egizi regionale SIRPAC – Sezione Capolavori di glittica

 

Ambra

ambra venere

ambre

Raffinata è poi l’esecuzione di oggetti decorativi e ninnoli in ambra, eseguiti dalla fiorente industria dell’intaglio ad Aquileia, città terminale della via dell’ambra, dalla metà del I a tutto il II sec. d.C. Destinati prevalentemente al mondo muliebre, oggetti in ambra con valore apotropaico e d’augurio sono stati rinvenuti soprattutto in tombe familiari.

Un gruppo con Venere, amorino e altra figura (Adone?), una placchetta con rilievo di erote dormiente, un’ampolla per unguenti o profumi con erote vendemmiante sono esposti accanto a animali, frutta e conchiglie.

Di uso forse funerario gli anelli lisci o figurati con volti e busti femminili o animali di valore scaramantico. Ancora piccoli vaghi infilati a formare collane – si riteneva che l’ambra avesse valore salutare, in particolare contro il mal di gola – dischetti e un “bastoncello”. Simili a conocchie o piccoli scettri, i così detti bastoncelli venivano tenuti in mano dalle matrone.

Necropoli romana di San Servolo / Socerb

san servolo

Nella sala sono esposti materiali che componevano i corredi della necropoli di San Servolo / Socerb (sito in Slovenia, presso il confine). Qui nel 1902 vennero scavate 165 tombe preromane (i cui corredi sono esposti al primo piano) e romane. Quest’ultime documentano la continuità d’uso della necropoli e illustrano i costumi delle genti locali romanizzate, dalla seconda metà del I sec. a.C. fino al I d.C.

Erano 54 sepolture del tipo a fossa, delimitata e coperta da lastre in pietra, e contenevano resti di cremazione accanto a oggetti del corredo (i singoli corredi non sono più ricostruibili): orecchini in argento, fibule in bronzo, borchie di ferro per calzature, ma anche moltissimi piatti, bicchieri, coppe, brocche, bottiglie, balsamari, olle e lucerne in ceramica fine, terra sigillata, a pareti sottili grigia, o grezza, ampolline in vetro soffiato, monete (l’obolo per Caronte) e, da una tomba femminile, oggetti per la cosmesi.

Dalla necropoli proviene una sola iscrizione che ricorda la sepoltura di un bambino di 3 anni, Valerio Cestio, figlio di Terzo.