Una scelta di pezzi conservati dal Museo permette di illustrare alcuni aspetti della storia della scrittura nell’antichità: i principali reperti sono riuniti in una sala tematica, mentre altri distribuiti nelle diverse sezioni del museo sono segnalati dal simbolo.

I manufatti iscritti più antichi sono due mattoni di fondazione del tempio del dio Ningirsu a Girsu (Iraq), con iscrizione in geroglifici sumerici, della fine del terzo millennio a.C.

I geroglifici egizi sono presenti nella sala della scrittura su un frammento di sarcofago ligneo (databile intorno al 1000 a.C.); mentre nelle sale egizie sono visibili testi geroglifici incisi su stele in pietra del XVIII secolo a.C. e del XIII secolo a.C. Uguale datazione viene attribuita al grande sarcofago in granito. Risale al XV secolo a.C., invece, il Libro dei Morti in papiro con i suoi geroglifici corsivi. Formule sacre d’offerta sono dipinte sui tre sarcofagi lignei con mummie, e sono incise su vasi canopi, su un pyramidion e su centinaia di statuine di usciabti o servitori del defunto. Geroglifici decorano ancora la parte piatta degli scarabei. Un solo pezzo testimonia poi la scrittura detta ieratica (una versione ancora più corsiva della scrittura egizia) tracciata sul retro di uno scarabeo alato che veniva messo sul petto delle mummie (III secolo a.C.).

Due sono le tavolette in terracotta con iscrizioni cuneiformi babilonesi: un Contratto di vendita di un terreno del settimo anno del regno di Ciro (532 a.C.) e un più piccolo contratto per la cessione di uno schiavo del sesto anno del regno di Cambise (523 a.C.).

Dalla protostoria del nostro Carso, dalla profondità oscura della Grotta delle Ossa, proviene una situla che mostra sull’orlo incisa una breve iscrizione venetica.

Dal mondo etrusco tra fine VI e inizio V secolo a.C., proviene la ciotola di tipo spurinas a vernice nera con il nome del proprietario dipinto sul fondo.

Alcune iscrizioni greche impreziosiscono i vasi tra VI e V secolo a.C., tanto quelli a figure nere quanto quelli a figure rosse: in un caso l’artista si è firmato sull’orlo e ha scritto i nomi degli dei accanto alle loro figure, altre volte si tratta di acclamazioni rivolte al proprietario del vaso.

In caratteri greci del V secolo a.C. sono tracciati i nomi dei numeri su un dado in terracotta, proveniente da Taranto.

Al II sec. a.C. risale un epitaffio scritto in lingua greca sulla stele in marmo di Pola Orcivia che si dichiara romana.

Tra il gran numero di iscrizioni latine conservate nell’Orto Lapidario e nelle sale del Museo si segnalano alcune curiosità:

  • Un’iscrizione sepolcrale relativa a liberti e schiavi della famiglia imperiale proveniente da Roma del I secolo d.C.;
  • in marmo, una dedica alla famiglia imperiale, da Roma;
  • un “ciottolo” o tessera con iscrizione a Serapide Iside rinvenuto ad Aquileia (tra I-II sec. d.C.);
  • un elmo del tipo Buggenum con i nomi dei due soldati ausiliari che ne furono in successione i proprietari (seconda metà del I sec. a.C.);
  • un orologio solare tascabile, realizzato con un piccolo dischetto in bronzo che doveva essere inserito in un cilindretto per leggere l’ora sull’analemma a forma di piramide che indica mesi e ore (I sec. d.C. da Aquileia);
  • un diploma militare, o documento di congedo, rilasciato all’urbaniciano Lucio Vespennio Proculo originario di Faenza (una tavoletta in bronzo incisa sulle due facce – 194 d.C. da Umago / Umag in Istria).

Completano l’esposizione alcuni stili per scrivere e un raffinato calamaio a doppio serbatoio, in bronzo inciso finemente decorato (I sec. d.C. rinvenuto in scavi a Trieste, in un’area sepolcrale tra via Molino a Vento e via dell’Istria); e due curiose ghiande missili in piombo, proiettili con impressi motti, parole di sfida verso il nemico o nomi dei proprietari e loro compagnia.

 

 

 

Geroglifici sumerici

 

DUE MATTONI

DI FONDAZIONE CON ISCRIZIONE IN LINGUA SUMERICA

[ inv. 31378, 31379 ]

Mattone SumericoI due mattoni in argilla sono ascrivibili a Gudea, re di Lagaš, della fine del III millennio a.C., e sono molto probabilmente riferibili all’Eninnu, il tempio di Ningirsu edificato da Gudea a Girsu (l’odierna Tello in Iraq).

Su entrambi i mattoni è riportata copia della medesima iscrizione di fondazione che celebra i lavori di costruzione e ristrutturazione del tempio a opera del sovrano della città. Si tratta dell’impresa edilizia più nota e celebrata di Gudea tra le sue molteplici attività di costruttore.
Questa versione dell’iscrizione è la più diffusa: sono noti altri 33 esemplari su mattoni, oltre a numerose copie su altro supporto come coni d’argilla, perni di porta, tavolette di pietra e diorite, e blocchi di calcare. Il numero complessivo di esemplari dell’iscrizione attualmente noti è di 1173.

Su due colonne dice:

Per Ningirsu,
l’eroe potente
di Enlil,
Gudea,
governatore di Lagaš;

rese splendente ciò che da sempre esiste
ha costruito il suo (tempio) Eninnu,
l’«aquila bianca»,
e lo ha ristabilito al suo posto.

 

Geroglifici egizi

Frammento di Cassa di Sarcofago in legno

[ inv. 12009 ]
dono G. Pollo 1885

frammento di sarcofago egizio - lato B

frammento di sarcofago egizio - lato B

Frammento di legno di sicomoro stuccato e dipinto del fianco sinistro, all’altezza della spalla, di un sarcofago antropoide databile alla XXI dinastia (1069-945 a.C.) o poco più tardi, proveniente probabilmente dall’area tebana. I geroglifici sono tracciati con tratto affrettato e corsivo, con contorno rosso e interno dipinto in blu o rosso.

La parte esterna raffigura da sinistra:

L’anima del defunto, a corpo di uccello e testa umana, tra offerte di vasi, rotoli di papiro e un pane rotondo.
Il testo recita:

Parole dette dalla Signora di tutte le terre …

cielo che è nell’Occidente, … parole divine …

Nella seconda scena, in basso, vi è una figura femminile, troncata al busto, della dea dell’Occidente (con il suo simbolo in capo), che forse era raffigurata seduta in trono. Sopra, l’anima del defunto preceduta dalla chiave della vita o ankh, sotto la quale sono il pilastro ged segno di stabilità e il simbolo shen dell’eternità, che vengono a trovarsi di fronte al volto della dea.

Dietro all’anima pochi segni geroglifici costituiscono la probabile continuazione della colonna immediatamente a destra, mancante anch’essa della parte inferiore e con lettura a partire da destra:

1 – Parole dette da Osiride, signore dell’eternità …

2 – …

Ancora più a destra un’altra colonna di testo speculare, con lettura da sinistra:

Parole dette da Osiride…

Segue poi una figura, anche se poco visibile, del dio Anubi a testa di sciacallo con la doppia corona dell’Alto e Basso Egitto, davanti e sopra alla quale si trovano quattro colonne di testo con lettura da destra a sinistra:

1 – Parole [dette da] Anubi, preposto …

2 – che è nella tenda divina del ritualista capo …

3 – … Occidente …

4 – …

Sul retro del frammento (parte interna del sarcofago) si vedono due figure mummiformi, Amseti a testa umana e Hapi a testa di babbuino. Sopra le due figure i resti di quattro colonne di testo di cui si intravede qualche segno.

Scarabeo alato a protezione del cuore

[Inv. 12341]

Lo scarabeo, realizzato in cartonnage (strati di tela e papiro uniti a gesso) lavorato a sagomare l’animale ad ali stese, è stuccato e dipinto da ambo i lati.

Lo scarabeo, il dio Khepri, il sole al mattino, proteggeva il cuore del defunto ed era posto sul petto, sopra le bende.

Raffigura uno scarabeo blu ad ali aperte che regge tra le zampe anteriori il disco solare del mattino, in colore rosso, e tra le zampe posteriori l’anello shen, simbolo di eternità. Le ali sono rosse, mentre le piume sono blu scuro; i contorni delle piume e i dettagli del corpo sono messi in evidenza con una sottile linea d’oro, costituita da piccoli rettangoli allungati di foglia d’oro applicati uno dopo l’altro.

Sull’altra faccia, quella che doveva essere a contatto con le bende della mummia, su un fondo bianco è stato frettolosamente tracciato con un calamo (penna di giunco) intinto in inchiostro nero un testo distribuito in 12 righe sul corpo e in 5 righe sulle due ali, a coprire l’intero campo: le righe si leggono da destra a sinistra e separatamente per i tre pezzi. I caratteri sono nella scrittura ieratica, la grafia corsiva, sempre esistita in Egitto in parallelo con la scrittura monumentale dei geroglifici.

Il testo, di difficile interpretazione e in alcuni punti ormai irrimediabilmente compromesso, ricorda il nome del proprietario Cia-en-Khonsu, seguito da quello della madre, Mut-en-per-mes, e da un elenco di nomi di divinità che proteggono il defunto, in alcuni dei quali egli si identifica.

Si data intorno al III secolo a.C., al periodo Tolemaico, seguito alla conquista dell’Egitto da parte di Alessandro Magno.

 

Contratto Babilonese

[ inv. 139 ]

CONTRATTO

Contratto Babilonese

Tavoletta in terracotta con testo in caratteri cuneiformi del Tardo periodo babilonese, settimo anno del regno di Ciro (corrispondente al 532 a.C.), che riporta un contratto di vendita di un terreno situato presso la porta di Zababa, una delle due della città di Babilonia poste verso Oriente.
Il compratore di nome Itti-Marduk-balatu appartenne alla famiglia detta di Egibi, una delle casate di banchieri più importanti di Babilonia, e fu attivo tra 575 circa e 500 a.C.; di lui sono noti numerosi altri atti di compravendita di immobili. La tavoletta cita il settimo anno di Ciro quale re di Babilonia, regno che egli conquistò nel 538 a.C.

Sul dorso, accanto alle “tacche” impresse nell’argilla cruda dalle unghie dei testimoni, che hanno valore di firma, il sigillo raffigura: da destra, una figura di orante e tre altari sormontati da simboli di divinità: una mezzaluna per la dea Ištar, un uccello per il dio Papsukkual e una stella per il dio Sin.

Testo (a)
Una (superficie da) semina di 25 SILA (e) 9 NINDA: un campo in campagna, un giardino piantato con palme da dattero, di fronte alla porta di Zababa, nel distretto di Babilonia.
Lato lungo superiore, a ovest, confinante con Itti-Marduk-balatu, compratore del campo; lato lungo inferiore, a est, confinante con Kin-zera figlio di Bel-rimanni, discendente di Gahal; lato corto superiore, a nord, (alla) riva del canale di derivazione di Ile’i-Bel; lato corto inferiore, a sud, confinante con Damqija, figlio di Niqudu, discendente di Irâni.
In totale una (superficie da) semina di 25 SILA (e) 9 NINDA: questo campo; con Nadin, figlio di Rimut, discendente di Epeš-ili e Tašmetu-damqat, sua madre, figlia di Šuzubu, discendente di Šigûa, Itti-Marduk-balatu, figlio di Nabû-ahhe-iddin, discendente di Egibi, ha dichiarato come valore d’acquisto 2/3 di mina d’argento, ha comperato al suo completo prezzo d’acquisto, e ha versato a loro 2 sicli d’argento come pagamento addizionale.
In totale 2/3 di mina (e) due sicli in pezzi d’argento dalle mani di Itti-Marduk-balatu, figlio di Nabû-ahhe-id[din], discendente di Egibi, Nadin, figlio di Rimut, discendente di Epeš-ili e Tašmetu-damqat, sua madre, figlia di Šuzubu, discendente di Šigû[a], hanno ricevuto come prezzo del loro campo, pagamento completo. Sono

Testo (b)
soddisfatti. Non hanno (alcuna) rivendicazione, non vi torneranno sopra non si quereleranno l’un l’altro. Quando mai tra i fratelli, i figli, la famiglia, i parenti, i parenti acquisiti dei discendenti di Epeš-ili e di Šigûa (ci sarà uno) che darà querela così «Questo campo non è ceduto, l’argento non è ricevuto», il querelatore risarcirà (per l’ammontare) di 12 volte l’argento che (i venditori) hanno ricevuto. Se il campo è più grande o più piccolo, l’uno compenserà l’altro secondo il loro valore d’acquisto. Nel sigillare questa tavoletta furono testimoni (?): (seguono i nomi di 4 testimoni e dello scriba).
Babilonia, il 1° di Ululu; 7° anno di Ciro re di Babilonia, re di tutti i paesi. L’impronta dell’unghia di Nadin e di Tašmetu-damqa[t], sua madre, i venditori, è come il loro sigillo.

Contratto per la cessione di uno schiavo

[inv. 138]

La tavoletta cuneiforme, dalla grafia e dall’impaginato scarsamente accurati, proviene dall’archivio della rinomata famiglia degli Egibi, banchieri babilonesi.

Il documento fu redatto nella città di Babilonia ed è, secondo la tradizione babilonese, precisamente datato al giorno10, del mese di Tebet, del sesto anno del regno di Cambise, corrispondente al 17 gennaio 523 a.C.

Si tratta di un contratto che registra la cessione in locazione di uno schiavo di nome Uqupu a tal Kusura. Il canone d’affitto che il locatario deve corrispondere al proprietario dello schiavo è pari a circa 250 litri di orzo al mese.

Secondo i termini contrattuali, Kusura dovrà provvedere al pagamento della compensazione lavorativa al proprietario attraverso la fornitura di razioni alimentari e al mantenimento dello schiavo, a proprie spese.

Traduzione del testo:

“Itti-Marduk-balātu, figlio di Nabû-axxā-iddin, discendente di Egibi, ha dato a Kusura, figlio di Nabû-rēxti-usur, il suo schiavo Uqupu, in cambio della corresponsione di un canone d’affitto mensile di 4 pān e 1 sutu d’orzo: dal giorno 11 di Tebet, Uqupu è a disposizione di Kusura. (Questi) pagherà la sua compensazione mensilmente; darà ad Uqupu le razioni (di mantenimento) a sue spese (lett.: dal proprio patrimonio). Ciascuno ha ricevuto (una copia del contratto).

Testimoni: Itti-Nabû-balātu figlio di Bēlšunu, discendente di Dannēa; Marduk-šuma-iddin, figlio di Šullumu, discendente di Itinnu; Mināna-bēl-dannu, figlio di Nabû-bāni-axi, discendente di Egibi.

Scriba: Kurbanni-Marduk, figlio di Etellu, figlio di Etēru; Babilonia, 10 Tebet, anno 6, Cambise, re di Babilonia, re dei paesi.”

Situla con iscrizione venetica

[inv. 47825]

situla

 

La situla è stata rinvenuta nella Grotta delle Ossa presso San Canziano del Carso / Škocjan (Slovenia) nel 1910-1911.

Realizzata in lamina di bronzo ha manico semicircolare, con estremità ripiegate a “collo d’oca”, passanti in attacchi a forma di croce.

È databile alla fine del V-IV secolo a.C.

Sul bordo è incisa, con segni profondi, l’iscrizione:

Situla: iscrizione

Ostiarei

A Ostiaris

Si tratta di un epitaffio di un personaggio maschile designato con il solo nome individuale; nome che si inserisce in un filone onomastico particolarmente frequente nel mondo venetico.

Ciotola Etrusca, Da Vulci

Collezione Sartorio
[ inv. S. 476 ]

Ciotola Etrusca

La coppa di tipo spurinas a vernice nera, databile tra 525 e 475 a.C., reca come di consueto per questa classe ceramica un’iscrizione dipinta sul fondo; proviene probabilmente da Vulci, zona con cui era in contatto il collezionista Carlo Fontana, nonno di Giuseppe Sartorio.

Al centro del fondo è dipinta un’iscrizione in cui si legge:

larinas o larcnas (che equivale a: di larecena)

Il nome al genitivo indica infatti il proprietario dell’oggetto, ed è forma onomastica rara ma non sconosciuta.

Hydria a figure nere con dei olimpici e lotta fra Eracle e Tritone

>[inv. S. 405]
Collezione Sartorio

 Hydria a figure nere con dei olimpici e lotta fra Eracle e Tritone

L’hydria (vaso per attingere l’acqua dalle fonti pubbliche) a figure nere presenta colori aggiunti per trattare gli incarnati femminili e per sottolineare drappeggi, capelli, criniere e bardature. Il vaso è attribuito alla cerchia del Pittore di Antimenes, attiva intorno al 520 a.C. Gli studiosi, in base a dati archivistici sulla collezione ottocentesca di appartenenza, hanno ipotizzato per l’hydria una provenienza da Tarquinia.

L’autore del vaso si è firmato in caratteri greci sull’orlo: e si può tradurre “Tychios fece”. Anche i nomi degli dei sono riportati accanto alle rispettive figure.

Sulla spalla è raffigurato Eracle, con la pelle di leone, in lotta con il mostro marino Tritone dal corpo a squame; assistono alla scena alcuni spettatori.

Sul corpo del vaso è raffigurata la dea Atena sul carro trainato da una quadriga per raggiungere Eracle e portarlo sull’Olimpo. Davanti al carro sta Apollo che tiene la cetra e con la mano destra porge un piccolo bocciolo di loto.

Parzialmente coperto dai cavalli sta Hermes, con abiti da viaggiatore e ai piedi i tipici calzari alati.

 

Oinochoe a figure rosse con atleta

[Inv. S. 525]
Collezione Sartorio

 Oinochoe L’oinochoe monoansata in vernice nera a figure rosse è attribuita al pittore di Filadelfia ed è datata al 480 a.C. circa.

Una figura di atleta, saltatore in lungo, nudo, piegato sulle ginocchia, regge nella mano destra uno degli halteres (manubri di pietra o piombo, che servivano da contrappeso al saltatore): tra i capelli ha la benda sacra della vittoria. Davanti a lui una piccozza è infissa nel terreno.

All’altezza della testa, sopradipinta in rosso l’iscrizione acclamatoria che si traduce come: bello è Icete

Documenta l’abitudine dei ceramisti attici di celebrare giovani amati e ammirati della società ateniese.

 

Dado da Gioco di Taranto

[ inv. 3968 ]

DadoGrande dado in terracotta segnato sulle facce con i numeri dal 2 al 6, scritti per esteso; sulla sesta è un’abbreviazione greca per “cubo”.

Le lettere, che sono incise con una punta nell’argilla fresca ed erano dipinte, hanno forma arcaica con caratteri del V secolo a.C., in uso anche nella Magna Grecia.

La passione del gioco appartenne a tutti i tempi e tutti i popoli, ma i dadi nell’antichità potevano avere anche un valore sacro o essere strumento di responsi oracolari.

Epitafio in lingua greca di Pola Orcivia

[ inv. 2218 ]
Dono Krauseneck-Rovelli 1875

Stele Greca

Stele funeraria a edicola in calcare del II-I sec. a.C., decorata a rilievo con due personaggi ritratti nel momento del commiato. Il monumento, di ignota provenienza, era inserito in un muro del giardino della casa dei donatori, a Scorcola, rione di Trieste.

Traduzione del testo:

Pola Orcivia, figlia di Publio, cittadina romana, moglie di Gaio Turpilio, cittadino romano. Sta’ bene.

L’iscrizione fu molto probabilmente posta in un luogo abitato da persone parlanti greco, forse un’area medio orientale, fatto confermato dalle caratteristiche stilistiche ed epigrafiche. Solo così si spiegano la lingua dell’iscrizione e la necessità di specificare la nazionalità romana di entrambe le persone menzionate.

Le circostanze del ritrovamento della stele testimoniano che si tratta di un pezzo pervenuto a Trieste tramite il mercato del collezionismo ottocentesco.

Iscrizioni latine

Iscrizione sepolcrale relativa a liberti e schiavi della famiglia imperiale

[inv. 13868]
dono F. Zamboni 1910

funeraria-liberti-imperiali

Grande lastra in marmo con larga cornice modanata rinvenuta a Roma, nella parte iniziale della via Appia, databile al primo quarto del I sec. d.C.

Traduzione del testo:

(Questo è il sepolcro) dei liberti (= schiavi liberati) e degli schiavi dei Cesari e dell’imperatrice Livia.

Si tratta della lastra posta all’ingresso del sepolcreto destinato ai liberti e agli schiavi che facevano parte della casa imperiale; in particolare del personale al servizio di Livia, moglie dell’imperatore Augusto (27 a.C. – 14 d.C.) e di non ben precisati principi in cui si potrebbero riconoscere i due nipoti, Lucio e Gaio Cesari, oppure il figlio di Livia, Tiberio, il futuro imperatore, suo fratello Druso, e il figlio di questi Germanico. In particolare Lucio e Gaio Cesari, figli di Giulia, unica figlia di Augusto, e di Agrippa, il braccio destro dell’imperatore, morirono in giovane età, rispettivamente nel 2 e nel 4 d.C., vanificando in questo modo le speranze dinastiche del principe che nei due giovani aveva visto i possibili eredi del suo recente impero. Il sepolcreto era costituito da un colombario, vale a dire un edificio con loculi per deposizioni singole o doppie destinati ad accogliere le ceneri del defunto racchiuse entro olle, recipienti circolari, o urne. Il nome del defunto era di solito scolpito su una lastrina fissata presso il loculo oppure dipinto.

 

Dedica alla famiglia imperiale

[inv. 31568]
dono G. Gatti 1891
DEDICA ALLA FAMIGLIA IMPERIALE
Piccola base in marmo databile al III sec. d.C. rinvenuta a Roma nel 1891. La rubricatura delle lettere non è antica.
Traduzione del testo:

Consacrato alla famiglia imperiale. Gaio Calpurnio On… e Marco Marcio Sirino fecero dono.

La base originariamente recava fissato nella faccia superiore (dove sono visibili tre fori ) il vero oggetto della dedica di Gaio Calpurnio On… e Marco Marcio Sirino, una statuetta o un altro oggetto in metallo, poi andato perduto. Il tono della dedica ci fa intuire che alla famiglia imperiale è attribuita una valenza divina, non diversa da quella goduta dai singoli imperatori che non solo dopo morti, ma spesso anche da vivi, erano considerati e onorati come veri e propri dei.

Ciottolo con iscrizione Iside e Serapide

[inv. 31438]
Collezione Zandonati, acquisto 1870

ciotolo-A

ciotolo-B

Ciottolo di forma ovoidale in marmo giallo antico, con iscrizione incisa a caratteri capitali su ambo i lati, rinvenuto nel 1862 nella vigna Ritter di Monastero, zona settentrionale di Aquileia, e databile tra il I e il II sec. d.C.
La sua interpretazione è tuttora non condivisa.

Lato A:

Ab Ise et / Serap(ide) / deo.

Sul lato B si vedono le lettere

M / IUVEN / MAG VI / I abbreviazioni che vengono sciolte in:
m(agistri)/ iuven(um)/ mag(istri) vi(ci)/ ((primi)).

oppure

M(arcus)/ Iuven(tius)/mag(ister) o Mag(nus) vi(ci)/ I (primi)

La formula del lato A è certamente un’indicazione topografica relativa al quartiere urbano o vicus di riferimento in Aquileia: il quartiere I, che quindi riceveva il nome dalla presenza del tempio alle due divinità egizie (evidentemente di particolare prestigio), probabilmente l’area urbana corrispondente alla zona odierna di Monastero, ove sono stati riconosciuti luoghi di culto legati a divinità orientali, tra cui le egizie e il dio Mitra.
Il ciottolo viene variamente interpretato come dono ad un dio sconosciuto il cui tempio sorgeva nel quartiere, come souvenir da un qualche tempio di Iside e Serapide, appartenente ai magistri di un vicus o quartiere aquileiese.
Pare più probabile si tratti di un gettone per qualche tipo di distribuzione o anche per la partecipazione a giochi (i ludi iuvenum) o piuttosto di una tessera elettorale: in tal caso viene proposta la seconda lettura del lato B, in quanto il gettone avrebbe dovuto essere necessariamente nominale per permettere l’individuazione dell’intestatario che lo presentava all’atto di ricevere la tabula cerata su cui votare (corrispondente a una scheda elettorale), poi il gettone veniva inserito in una cassetta di legno che avrebbe consentito il controllo tra voti e persone presenti, onde evitare brogli. Quindi viene proposta la lettura: Marco Iuvenzio forse magister del vicus primus, oppure Marco Iuvenzio Magno residente nel vicus primo.

Elmo del tipo Buggenum

[inv. 3648]

ELMO DEL TIPO BUGGENUM

L’elmo, databile alla seconda metà del I sec. a.C., appartiene al tipo Buggenum, caratterizzato dalla calotta emisferica, diffuso nell’esercito romano presso gli ausiliari. Presenta due scritte incise con tecnica puntinata sulla faccia superiore del paranuca, che documentano i nomi dei due soldati che ne furono, in successione, i proprietari: il primo di origine adriatica, Gaio Tomio, e l’altro di probabile stirpe celtica, Marco Valerio Bacino o Bagino.
Caduto, forse accidentalmente, nella Grotta delle Mosche di San Canziano / Škocjan (Slovenia), fu occasionalmente scoperto nel 1909. Il sito si trova sul passaggio di una strada romana e l’elmo deve essere legato alla presenza di legioni romane così che si potrebbe collegare il soldato che lo perse con le operazioni militari connesse con le campagne condotte da Ottaviano tra il 36 e il 33 a.C. per l’occupazione dell’Illirico occidentale e la sottomissione di Carni, Taurisci e Catali, allo scopo di assicurare la frontiera a nord-est dell’Italia.
Lungo il bordo, l’iscrizione più antica:

ELMO DEL TIPO BUGGENUM

(centuria) Postumi M(arci) Valeri Bacini
(di Marco Valerio Bacino, centuria di Postumo)

Mentre Valerius è estremamente diffuso, privo di puntuali riscontri risulta il cognomen Bacinus, se se si dovesse leggere Baginus, appare ipotizzabile un’origine celtica.

Iscrizione più interna:

(centuria) Caesidieni C(aius) Tomius
(Gaio Tomio, centuria di Cesidieno)

Il gentilizio Tomius non è altrimenti documentato (ad eccezione di un graffito cristiano di Roma). Per la formazione onomastica Caesidienus, anch’essa senza esatto confronto, si può pensare ad una derivazione dal gentilizio Cesidius o Caesidius, non molto diffuso ma presente a Ravenna e Padova, oltre che in Dalmazia.

 

Orologio Solare Portatile

[ inv. 5423 ]
dono C. Gregorutti 1882

Orologio

Piccolo orologio solare portatile in bronzo inciso e intarsiato d’argento su ambo le facce, proveniente da Aquileia.
Conserva su ambo i lati la figura di una piramide o analemma per la lettura delle ore nei diversi mesi dell’anno (che si leggono in abbreviazione), rispettivamente per due latitudini indicate con le sigle (RO) da una parte e RA dall’altra, che avevano fatto credere in uno scioglimento in Roma e forse Ravenna.
Allo studio di un esperto di gnomonica, il tracciato dell’analemma ha permesso di riconoscere la sua validità per la latitudine di 36 gradi, in base alla quale la sigla Ro non corrisponderebbe a Roma, bensì a Rodi, mentre “RA” letta in questo caso solo “A” sarebbe da collegare con Antiochia, porto dell’odierna Turchia (o in alternativa con Abila, Colonne d’Ercole; certamente non con Ravenna).
Il disco per leggere l’ora andava probabilmente inserito in un cilindro di analogo materiale che, tenuto sospeso ad un filo, era dotato di un foro in posizione laterale da cui entrava il raggio luminoso che cadeva sul piano del dischetto, posto orizzontalmente sul fondo..

Faccia (a)

Ra(…)
Iu(nius) M(aius) A(prilis) M(artius) F(ebruarius) I(anuarius)
O(ctobris) N(ovembris) D(ecembris).

Faccia (b)

Ro(ma)
Iu(nius) Ma(ius) Ap(rilis) Ma(rtius) Fe(bruarius) Ia(nuarius)
Iu(lius) Au(gustus) Se(ptembris) Oc(tobris) No(vembris) De(cembris).

 

Diploma militare

dell’urbaniciano lucius vespennius proculus, originario di faenza

[ inv. 1344 ]
Acquisto 1908

Diploma militare

Diploma militare

Tavoletta bronzea risalente al 194 d.C., incisa sulle due facce, rinvenuta nel 1907 presso Umago / Umag (Croazia).

Pagina esterna

Imp(erator) Caes(ar) L(ucius) Septimius Severus
Pertinax Aug(ustus), p(ater) p(atriae), pontif(ex) max(imus)
trib(unicia) pot(estate) II, imp(erator) III, co(n)sul II, proco(n)s(ul)
nomina militum, qui militaver(unt) in
cohortib(us) urbanis quattuor
X, XI, XII, XIIII subieci, quibus for=
titer et pie militia functis ius tri=
bui conubi dumtaxat cum singulis
et primi uxoribus, ut etiam si pere=
grini[[s]] iuris feminas matrimo=
nio suo iunxerint proinde libe=
ros tollant ac si ex duobus civib(us)
Romanis natos. A(nte) d(iem) Kal(endas) Febr(uarias) imp(eratore)
Caes(are) L(ucio) Septimio Severo Pertinax II
D(ecimo) Clodio Septimio Albino Caes(are) II c[o](n)s(ulibus).
coh(ors) X urb(ana)
L(ucio) Vespennio L(uci) fil(io) Pol(lia) Proculo Faventi[a].
[des]crip[t(um)] et recogni[t(um)] ex tabula a[e]=
[rea] qu(a)e fixa est Rom(a)e in muro
[pos(t) templum Divi Aug(usti) ad Minervam].


Pagina interna

Traduzione del testo riportato nella pagina esterna e parzialmente riproposto in quella interna

Io, l’imperatore Cesare Lucio Settimio Severo Pertinace Augusto, padre della patria, pontefice massimo, con la seconda tribunicia potestà, imperatore per la terza volta, console per la seconda, proconsole, ho posto qui sotto i nomi dei soldati che militarono nelle quattro coorti urbane X, XI, XII, XIIII; a costoro, che hanno militato coraggiosamente e onestamente, ho concesso il diritto di un matrimonio legale soltanto con le loro prime e uniche mogli affinché, anche se si sono uniti in matrimonio con donne di condizione peregrina, in seguito riconoscano i figli come se fossero nati da due cittadini. 31 gennaio durante il consolato dell’imperatore Caesar Lucius Septimius Severus Pertinax (console per la II volta) e Decimus Clodius Septimius Albinus cesare. Coorte X urbana, Lucius Vespennius Proculus, figlio di Lucius, iscritto alla tribù Pollia, originario di Faventia. Trascritto e riscontrato dalla tavola bronzea che è collocata a Roma, sul muro dietro il tempio del divo Augusto presso la statua di Minerva.

Il diploma era costituito da due tavolette, di cui una perduta, legate insieme mediante un cordone passante attraverso i due fori che ancora si vedono nella parte centrale. Si tratta del diploma, o documento di congedo, che fu rilasciato, a nome dell’imperatore, a Lucio Vespennio Proculo, originario di Faenza, in Emilia Romagna. Dopo aver prestato servizio onoratamente nella Decima Corte Pretoria (corpo militare di stanza prevalentemente a Roma) il soldato ottenne dall’imperatore Settimio Severo (194-202 d.C.) il diritto di contrarre un matrimonio legalmente valido anche con una donna priva della cittadinanza romana. Il ritrovamento presso Umago del diploma, che costituiva una copia dell’originale collocato a Roma nel tempio di Augusto del Foro, potrebbe indicare che il soldato, invece di rientrare nella città natia decise di stabilirsi in Istria, dove probabilmente aveva a lungo soggiornato nel corso della sua carriera militare.

 

Calamaio a doppio serbatoio

[ inv. 5422 ]
Aacquisizione 18 aprile 1896
I sec. d.C.

Calamaio

Sezione Calamaio

Calamaio formato da due recipienti cilindrici in bronzo, già uniti tra di loro, decorati esternamente con incisioni a fasce damaschinate in argento a motivo di “onde marine” e a tralcio d’edera.
I due dischi che servivano da coperchi dovevano essere applicati su un tappo di legno o di sughero e presentano nel mezzo un’apertura circolare per la quale si intingeva la penna, e che a sua volta era provveduta di proprio coperchiello, fissato con una cerniera.

Venuto in luce a Trieste da una tomba romana tra via Molino a Vento e via dell’Istria nell’aprile 1896 e databile I sec. d.C.

Ghiande missili in piombo per fionde

ghiande

Erano proiettili in piombo in dotazione ai frombolieri, soldati dell’esercito leggero romano, che affiancavano gli arcieri. Armi terribili, rapide e invisibili, le ghiande erano avvantaggiate dall’effetto sorpresa.

Le ghiande missili conobbero una diffusione nell’antichità ed ebbero un grande e prolungato successo nel mondo greco e romano, soprattutto in epoca repubblicana.
Venivano lanciate con la fionda, che di invenzione fenicia, era usata per la caccia o nell’armamento militare. Si trattava di una treccia o fascia di lana allargata nella parte centrale, ma poteva essere anche in cuoio: di solito venivano effettuate tre rotazioni prima che le due estremità (o una se l’altra era legata al polso del lanciatore) fossero lasciate andare in modo che il proiettile venisse lanciato.
I proiettili, semplici pietre o realizzati in piombo di forma ovoidale o biconica, dal peso di 25-130 grammi, potevano raggiungere i trecento metri di distanza e una velocità di 75 metri al secondo.
Le ghiande missili in piombo venivano fatte colare in uno stampo di argilla, a due valve, che poteva essere liscio o decorato con figure o simboli o iscrizioni (comuni tra III e II secolo a.C. ma in uso anche fino al II d.C.).
Alcuni esemplari sono dotati di una o più iscrizioni in greco o latino, il cui testo esprimeva:

  • nomi o monogrammi di città o popoli;
  • nomi di comandanti dei battaglioni (delle squadre di frombolieri) o artigiani che producevano proiettili, nomi delle legioni;
  • esortazioni-raccomandazioni al proiettile: “colpisci !” ”ferisci !”;
  • ingiurie ed espressioni rivolte al nemico: “ecco il regalino…” “prendete … siete spacciati”.

 

Ghianda missile da Ceglie Messapica

[inv. 31421]

 

Ghianda in piombo di forma ovale con lettere dilavate, ma ancora distinguibili, appartenente alla collezione Ostrogovich (acquistata nel 1871) e proveniente da Ceglie Messapica in Puglia dove sono stati rinvenuti altri esemplari simili.
III-II secolo a.C.

(battaglione di frombolieri) di Euthida

 

Ghianda missile da Ascoli Piceno

[inv. 31428]

Ghianda autentica rimaneggiata nell’Ottocento, quando è stata impressa l’iscrizione da un artigiano ascolano, che ne falsificò centinaia (ora presenti nei principali musei d’Europa).

Ferisci i ribelli