Nel 1886 il Museo ricevette in dono da Giuseppe Sartorio ventun pezzi provenienti dagli scavi di Taranto: con questo primo piccolo nucleo iniziarono i contatti con la città pugliese che, dal 1887, per sette anni, si intensificarono grazie a numerosi acquisti presso il mercante d’antichità Vito Panzera, che aveva negozio nel centro di quella città. Egli inviava a Trieste intere casse di reperti rinvenuti in esplorazioni di cui non si conosce il sito: una volta analizzato il contenuto, il direttore del Museo, Alberto Puschi, scartava solo i pezzi doppi o troppo usurati, e compilava l’elenco con i relativi costi che il Museo saldava. L’obiettivo era quello di offrire materiali da studio non solo allo specialista ma anche all’artista, all’artigiano e di educare gli studenti. Si tratta di quasi duemila reperti tra rilievi e figure in terracotta, antefisse e vasi, in minor numero marmi, un’oinochoe in bronzo e il famosissimo rhyton d’argento a testa di cerbiatto. Questa sezione non ha trovato ancora uno spazio espositivo adeguato alla sua valorizzazione.

Antefissa

Antefissa con gorgoneion da Taranto, periodo ellenistico (V – IV sec. a.C.)

Recumbenti

Due figure adagiate su letto (recumbenti) in terracotta da Taranto, databili tra gli inizi del V e la metà del IV sec. a.C.

 

 

Rhiton d’argento

Il favoloso rhyton in lamina d’argento sbalzata con rifiniture a cesello, niello e doratura (ansa a nastro e orecchie lavorate a parte) è un vaso per libagioni rituali, configurato a testa di giovane cerbiatto dall’Eccezionale resa naturalistica. Sul collo si svolge una scena mitologica in cui Borea rapisce Orizia; a destra sta la dea Atena armata e a sinistra Eretteo, il padre di Orizia. Un forellino sul fondo del bicchiere serviva a far uscire il liquido della libagione rituale.

RHYTON - Particolare

Particolare

Sull’ansa a nastro sono incise tre lettere “NIK“ che indicano probabilmente il nome del destinatario o quello dell’artefice. La tecnica, la fattura e i confronti portano ad attribuire l’esecuzione del rhyton ad una officina di argentiere, attiva nelle colonie greche sulla costa del Mar Nero, nel Ponto Eusino. Per forma e stile si apparenta al gusto artistico diffuso in area tracia, tra fine del V – inizi del IV secolo a.C. Rinvenuto a Taranto in località Borgonuovo, contrada Monte d’Oro, fu acquistato dal Museo nel 1889. Inv. 4833.

Dettaglio Collo

Dettaglio Collo

Quattro figure sono sbalzate sul collo del rhyton: al centro Borea che rapisce Orizia, figlia del re di Atene Eretteo, tra Atena e lo stesso Eretteo.
Il mito rappresenta il dominio dei venti sull’acropoli di Atene, da quando Borea venne ritenuto alleato e protettore di Atene in seguito alla decimazione della flotta persiana a causa di una violenta tempesta a Capo Artemisio nel 480 a.C.: da allora il Vento godette di una rinnovata devozione.
Oltre che su vasi attici dipinti a figure rosse (del 470-460 a.C.), il mito fu raffigurato in due gruppi plastici acroteriali di templi a Delo e a Cirene, della fine del V secolo a.C.

Borea

Il romano Aquilone, per i greci era il violento e gelido vento del Nord, originario della Tracia.
Come vento era ritenuto una Forza della natura, immaginato impetuoso e prepotentemente attivo, recava neve e gelo, ma aveva anche il potere di cacciare le nubi, riportando il sereno e il sole. Con Orizia generò i Boreadi, due gemelli geni del vento.
Era raffigurato con corpo umano alato, chioma e barba incolta.
Orizia, “Sposa del Vento” nella tradizione attica era la figlia di Eretteo, inseguita e rapita da Borea. Giovane vergine è raffigurata con indosso il peplo e la folta e lunga chioma sciolta sulle spalle.
Eretteo è un mitico eroe e re legato alle origini della città di Atene. Sposo di Prassitea fu padre di una moltitudine di prole tra cui Pandora, Ctonia e Orizia. Fidia raffigurò le scene del suo mito nelle metope del Partenone.
Atena, grande divinità greca dai caratteri molteplici, guerriera e patrona delle arti, della giustizia e della pace, fu la dea protettrice della città di Atene.

Collezione Cipriota

Vasellame cipriota

Alcuni esemplari del vasellame cipriota dell’Età del bronzo (2000–1200 a.C.)

La raccolta dei materiali provenienti dall’isola di Cipro comprende un numeroso gruppo di recipienti fittili. Inquadrabili nell’Età del Bronzo (2000-1200 a.C.) brocche, bottigliette, ciotole, boccali e askòi, dai caratteristici lunghi becchi su colli cilindrici e presette decorative, hanno motivi a linee parallele rette, ondulate e a reticolato, resi sia mediante incisioni riempite di pasta bianca, che risalta sulla superficie scura, sia dipinti in colore rosso su fondo ingubbiato chiaro. Non mancano vasi doppi a corpo composto da elementi globulari e un askòs a foggia zoomorfa di quadrupede. Appartiene all’Età del Ferro un elevato numero di vasi ciprogeometrici ed arcaici di grandi e piccole dimensioni, dai corpi rotondeggianti o a bariletto dalle superfici chiare decorate da sottili fasce lineari e a cerchi concentrici: due oinochoi presentano figure estremamente stilizzate di uccelli. La collezione è inoltre composta da fantasiosi idoletti fittili e sculture in pietra calcare dell’isola risalenti a varie epoche e che attestano la dipendenza stilistica dall’area siro-anatolica, dall’Egitto e dal mondo classico ed ellenistico. Alcuni ritratti mostrano i tipici lineamenti con grandi occhi spalancati e labbra strette in un accenno di sorriso. Anche per questo materiale, che non ha al momento un’esposizione fissa, rimane ignoto l’esatto luogo di provenienza; certamente fece parte di quegli scavi ottocenteschi, condotti alla esclusiva ricerca di “tesori” che interessarono le necropoli. I reperti della collezione devono aver fatto parte di ricchi corredi tombali, anche in considerazione del fatto che tutti i vasi, pure di notevoli dimensioni, sono integri. Pervennero al Museo a partire dalla fine dell’Ottocento tramite il mercato antiquario, acquisti e donazioni di privati: la presenza di esemplari di tutti gli stili, forme ed epoche dimostra l’intenzione di ricostruire un quadro generale e fornire una documentazione completa dell’arte cipriota, nella quale non mancano pezzi di periodo romano.

Boccaletto egittizzante da Cipro Il raffinato boccaletto rivestito in faïence azzurra databile al Tardo Bronzo (XIII sec. a.C.) proviene da Cipro (collezione Sartorio). La decorazione a fasce di triangoli, rombi e fiori di loto, che trova confronti con altri due boccaletti da Cipro, appartiene a quella produzione di gusto eclettico – testimonianza della commistione di influenze presenti nel Mediterraneo centro-orientale, in seguito alla fitta rete di scambi economici e culturali – che predilesse tali oggetti d’élite, contenitori per cosmesi e profumi.

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