Collezione Maya

Primo Piano

Collezione “Cesare Fabietti”

Nel 2002 è stata donata al Museo la collezione Maya “Cesare Fabietti”: una cassa lignea appartenuta all’agronomo triestino Cesare Fabietti (Trieste 1923 – San Francisco 1999), al cui interno c’erano figurine in terracotta, vasi e frammenti vari, conservati ordinatamente avvolti in fogli di giornali latino-americani.

La cassa era rimasta chiusa dal 1959, anno in cui era stata spedita a Trieste dal proprietario.

Nel 1956-59, Fabietti aveva lavorato in El Salvador, creando una nuova piantagione di cotone a San Marcos Lempa, nel Distretto di Usulután, ed è probabile che in tale occasione abbia ritrovato i reperti della collezione. Si tratta di un’area situata sulla riva orientale del fiume Lempa, che archeologicamente appare molto favorevole per l’individuazione di antichi insediamenti agricoli.

La collezione costituisce un contesto di reperti unitario, una produzione locale, databile nel Periodo Classico Recente, tra 600 e 1000 d.C., realizzata da una popolazione di cultura maya. La collezione “Cesare Fabietti” è formata principalmente da una serie di figurine antropomorfe e zoomorfe.

La “divertente” galleria delle teste umane mostra la caratteristica fisionomia di quel popolo.
Particolari copricapi, anche abbelliti da spoglie di uccelli e piume, collane, orecchini e ornamenti nasali, impreziosiscono le teste dalla fronte larga e appiattita dalla deformazione cranica, usanza particolarmente diffusa presso i Maya (contrassegno di condizione socialmente privilegiata).
Le ciotole e i vasi in ceramica in stile Usulután, hanno la caratteristica superficie segnata da motivi lineari rossi su fondo chiaro. Alcuni piedi di contenitori cavi, configuranti volti umani, conservano all’interno un piccolo nucleo: erano dei sonagli, strumenti protagonisti dei rituali magici, per richiamare l’attenzione della divinità a cui veniva presentata l’offerta. Anche molte delle statuine umane sono dei sonagli, probabilmente legati a rituali funerari, connessi con il culto degli antenati, molto comune nel mondo maya, dove il defunto era sepolto con un corredo di oggetti d’ornamento, strumenti e statuine antropomorfe.

Le Ceramiche

LA CERAMICA DELLA COLLEZIONE

VasoL’importanza che la ceramica assume nella ricostruzione dei contesti culturali dell’antica America può essere compresa a pieno solo se si pensa alla scarsità di fonti scritte che caratterizza tutta l’intera area americana. Una collezione come quella qui presentata costituisce dunque un patrimonio di informazioni che si rivela prezioso per ricostruire alcuni aspetti della cultura salvadoregna di San Marcos Lempa.

LE TECNICHE DI LAVORAZIONE DELLA CERAMICA

VasoLa ceramica di stile Usulután appare per la prima volta negli strati databili al Periodo Preclassico Recente (500 a.C. – 200 d.C.) e presenta una diffusione su un territorio molto vasto che oltrepassa i confini di El Salvador per diffondersi nella maggior parte dei territori mesoamericani. La diffusione di tale produzione costituisce, per la storia dell’archeologia salvadoregna e in generale centroamericana, una sorta di “fossile guida”. La fabbricazione dei manufatti ceramici doveva essere affidata ad una classe di artigiani specializzati i quali erano probabilmente orientati dalla gerarchia al potere. La costruzione di un vaso o di un altro oggetto fittile cominciava con la preparazione dell’impasto. L’argilla veniva scelta e mescolata con acqua e con il cosiddetto materiale sgrassante – quarzo, sabbia, ceramica o conchiglie triturate – che conferisce all’impasto plasticità, impedendo all’argilla di aderire alle mani durante la plasmatura e rendendo meno fragile l’oggetto in cottura. Gli antichi ceramisti di El Salvador non si avvalevano del tornio, sconosciuto in tutta l’America precolombiana, ma di tecniche di modellazione manuale e della cosiddetta tecnica “a colombino” (coiling). Quest’ultima è una lavorazione molto antica che consiste nell’avvolgere a spirale un lungo e sottile cordone di argilla per creare le pareti del vaso.

VasoGli strati vengono poi pressati per farli ben combaciare e le pareti lisciate, sia all’interno che all’esterno, per eliminare le tracce dell’avvolgimento, le quali però, se il procedimento non è ben svolto, restano visibili o avvertibili al tatto. Questa tecnica era impiegata soprattutto nella costruzione di ciotole, di vasi a campanula ed in genere per il vasellame da cucina. Per la plasmatura manuale si procedeva svuotando un blocco pieno mediante l’uso delle dita o di altri strumenti quali stecche di legno, lame di pietra o conchiglie. Una volta completato, l’oggetto veniva rifinito e decorato. Durante la fase di rifinitura si procedeva alla lisciatura delle pareti esterne del vaso per cancellare le irregolarità e le tracce di lavorazione, strofinandolo con materiali abrasivi, come pezzi di zucca, di conchiglia, di osso o pietra; grazie a questo trattamento si otteneva anche il risultato di impermeabilizzare l’oggetto ovviando alla caratteristica porosità dell’argilla.

Con l’ingobbiatura gli artigiani ricoprivano i loro manufatti di una soluzione di argilla molto fine sciolta in acqua. Questo strato, oltre a migliorare l’aspetto della superficie, costituiva la base ideale per la decorazione pittorica. I colori più utilizzati, di origine vegetale o minerale, erano il rosso, l’arancio e il nero. Caratteristica della ceramica Usulután è la “pittura in negativo” utilizzata in particolare sui recipienti e osservabile anche sui vasi della Collezione Fabietti. Consisteva nel ricoprire il vaso con uno strato di cera d’api, o altro materiale resistente, sul quale si incideva il motivo decorativo. Immergendo l’oggetto in un bagno di colore, o sottoponendolo ad affumicatura, le parti libere dalla cera acquisivano una colorazione più scura.

Infine lo scioglimento della cera durante la fase di cottura rendeva visibile il fondo risparmiato dal colore, facendo risaltare per contrasto la decorazione. L’ornamentazione della superficie poteva avvenire attraverso altre tecniche quali l’impressione – che consiste nell’alterare la superficie attraverso la pressione effettuata con le dita o altri semplici utensili – l’incisione – effettuata con sottili bastoncini di legno, punzoni o pettini – e infine la tecnica ad applique o a pastillage. Quest’ultima, particolarmente usata nella produzione di figurine, consentiva agli artigiani di rendere in rilievo alcuni elementi attraverso l’applicazione di pastiglie e cordoncini di argilla, già modellati o ancora da rifinire. Tale tecnica è usata su gran parte delle testine e delle figurine della Collezione Fabietti per rendere in particolare gli occhi, la bocca, le collane e altri ornamenti. I manufatti passavano alla fase finale della cottura solo dopo che era avvenuta l’essiccazione, quando cioè la pasta di argilla aveva perduto l’acqua, aggiunta nelle fasi di impasto; l’oggetto, ormai indurito, poteva essere posto nel “forno” senza pericolo di alterazione della forma. La cottura degli oggetti avveniva in quella che si definisce atmosfera ossidante, cioè in condizioni di aerazione sufficienti al processo di ossidazione dei minerali di ferro contenuti nell’argilla: questi sono responsabili della colorazione rossa della terracotta. Riducendo intenzionalmente il flusso di aria (atmosfera ossido-riducente) si produceva una ceramica dal caratteristico colore grigio o nero che era dovuto proprio alla mancata ossidazione dei minerali ferrosi.

IL VASELLAME

VasoLa tipologia delle forme Usulután è estremamente varia e comprende vasi di forma biconica; brocche con e senza ansa, con fondo piatto, convesso, concavo, a volte poggiante su tre o quattro piedini emisferici; tazze tripodi o tetrapodi, o poggianti su base anulare; piatti con orli svasati; ciotole emisferiche a fondo convesso o poggianti su quattro piedini; vasi antropomorfi e zoomorfi; supporti di vaso sonaglio spesso modellati a forma di testa umana. Alcune di queste tipologie sono ben rappresentate all’interno della Collezione Fabietti. Alla tipica pittura in negativo possono essere associate altre decorazioni – come incisioni, scanalature, applique antropomorfe e zoomorfe –, spesso contenenti un sonaglio, elemento che sottolinea fortemente la connotazione rituale dei manufatti, soprattutto nei corredi funerari. Possiamo solo ipotizzare, sulla base anche di studi etnografici ed etnostorici, le modalità d’uso di tali manufatti durante le cerimonie. L’importanza dell’elemento sonoro nel contesto religioso e magico-rituale trova un’ulteriore conferma proprio nel fatto che tali oggetti non erano costruiti propriamente come strumenti musicali. La loro primaria funzione di recipiente veniva arricchita – attraverso l’aggiunta di elementi sonaglio – dal potere “vivificatore della musica”. Spesso i piedi sonaglio raffigurano un volto umano più o meno stilizzato o grottesco, di forma troncoconica o mammiforme. In un caso il piede ha forma di zucca, sempre cavo a uso di sonaglio.

Figurine Antropomorfe

Figura - Fronte

Figura – Fronte

Figura - Retro

Figura – Retro

Gli artigiani Usulután nelle loro statuine antropomorfe non mostrano intenti naturalistici. Attribuire l’interpretazione “ingenua” dei tratti anatomici a capacità tecniche poco sviluppate sarebbe perciò estremamente fuorviante. Le fattezze, rese secondo un codice iconografico stabilito, creano infatti un uomo prototipico, la cui figura, privata della caratteristica dell’individualità, cessa di rappresentare un singolo uomo, per diventare immagine del defunto, dell’antenato, dello spirito. Ventitré statuine fittili rappresentano personaggi maschili e femminili, per la maggior parte frammentarie. Le figure hanno il corpo piatto, con i fianchi larghi che in alcuni casi sono associati a gambe globulari cave contenenti un sonaglio. La maggior parte delle figure è rappresentata in piedi, in posizione frontale. Sono prive di indumenti e indossano solo una collana composta da grossi elementi ovali o sferici in rilievo, resi con la tecnica del pastillage, che ricordano le pesanti collane in giada dei Maya. Una figurina mostra un personaggio accovacciato in una postura abituale per le popolazioni amerindiane: le gambe sono piegate e ravvicinate al petto, le mani poggiate sulle ginocchia. Sebbene la presenza di figurine contraddistingua la produzione ceramica di queste aree già dal Periodo Preclassico Recente (500 a.C. – 200 d.C.), stilisticamente la raccolta proveniente da San Marcos Lempa è da collocarsi, in base ai confronti, nel Periodo Classico Recente (600-1000 d.C.).

I SONAGLI

FigurinaAlcuni esemplari della collezione sono figurine sonaglio. L’interno della figura presenta delle cavità – di solito in corrispondenza della testa, ma anche di gambe o spalle – riempite con piccoli nuclei di materiale solido: terracotta, pietrine, ecc. Alcuni fori, comunicanti con l’interno, garantivano che il suono prodotto dalla percussione del materiale sulle pareti interne del recipiente si propagasse anche all’esterno. L’uso del sonaglio, nelle sue varie forme – vegetale (zucche essiccate con semi), di terracotta (testine, figurine, vasi con piedi sonaglio) o ancora di metallo – è documentato in tutta l’area americana soprattutto in relazione ai rituali praticati dagli sciamani che detenevano all’interno del gruppo il potere spirituale-religioso e la conoscenza della medicina tradizionale. FigurinaIl sonaglio è uno degli strumenti protagonisti del rituale magico in virtù del potere vivificante attribuito alla musica e più in generale al suono. L’atto vivificatore, impresso attraverso il movimento, risulta ancora più esplicito nel caso dei sonagli antropomorfi. Qui infatti il carattere magico dell’oggetto si concretizza su tre piani differenti: quello visivo (la forma umana dell’oggetto), quello sonoro (il suono che scaturisce dal suo interno e rappresenta la voce dell’entità) e infine quello motorio (il movimento che attiva il processo di vivificazione). Le tre componenti espressive sembrano rafforzarsi a vicenda in un gioco di rimandi reciproci. Per le figurine sonaglio gli studiosi ipotizzano un uso votivo legato a riti e cerimonie connesse con la fertilità o con il culto degli antenati.

Figurine Zoomorfe

Figure ZoomorfeCreature affascinanti e misteriose, manifestazione degli spiriti e del potere della Natura, così gli antichi consideravano gli animali, adottando spesso la loro immagine come simbolo di entità sovrannaturali. La Collezione Fabietti comprende undici rappresentazioni di animali: lavorate a tutto tondo (intere o frammenti), testine, applique decorative e infine una parte di vaso (versatoio) la cui forma riproduce la testa di un animale. Non sempre è possibile identificare con certezza l’animale rappresentato. Le forme infatti sono accennate in modo schematico, mentre in altri casi la mancanza di alcune parti rende dubbia l’interpretazione.

Figure ZoomorfeIl felino compare in due esemplari: la forza fisica, la ferocia e l’agilità sono le principali caratteristiche che hanno colpito da sempre l’immaginazione dell’uomo. Grandi predatori come il giaguaro, l’ocelot, il jaguarundi e il puma, presenti sul territorio di El Salvador, sono ancora oggi temuti e venerati dagli indios, considerati simbolo del potere intellettuale dello sciamano e contemporaneamente della forza fisica del capo. Una figurina rappresenta un animale disteso ed era probabilmente usata come amuleto: sulla sua schiena è infatti visibile una piccola presina ad anello. Alcune figurine mostrano muso sporgente e gli occhi allungati, resi con una fessura obliqua e un foro centrale. Potrebbero rappresentare un cane o uno dei mammiferi caratteristici dell’area centroamericana come il coatí, il pecari o il tapiro. Una statuina rappresenta un cane accovacciato, con le zampe anteriori poggiate sul muso. Il cane è legato al rituale funerario in quanto era considerato un aiutante per il passaggio dal mondo dei vivi al mondo dei morti. Il mondo della natura e dei suoi elementi non era dunque visto solo come mezzo per il soddisfacimento dei bisogni materiali dell’uomo, ma come un universo complesso in cui ogni elemento ha un significato simbolico che rimanda ad una dimensione metafisica.

Teste Antropomorfe

TestaLa Collezione comprende settantanove teste che si presentano separate dai corpi, come se fossero state pensate già originariamente quali oggetti autonomi. Spesso la base è appiattita o arrotondata e senza traccia di frattura. La galleria di volti mostra sempre tratti resi in modo semplice e schematico: gli occhi e la bocca a chicco di caffè, l’iride individuata da una o due perforazioni. La maggior parte delle testine ha la fronte larga e appiattita. La vista di profilo accentua questa impressione ed induce a pensare che gli individui raffigurati fossero stati sottoposti a deformazione cranica. La diffusione di tali pratiche era conosciuta presso i vicini Maya del Periodo Classico (300-900 a.C.).

TestaSi può supporre che anche nella cultura di San Marcos Lempa questa pratica fosse riservata solo agli individui più importanti, forse allo scopo di segnalare una condizione sociale privilegiata attraverso una modificazione fisica permanente. Si otteneva applicando due tavolette, connesse da legature, sulla fronte e sull’occipite del neonato, fino al quinto o sesto mese. Agli stessi intenti estetici, di differenziazione sociale, oltre che magico rituali, risponde l’uso del copricapo e di alcuni ornamenti.

TestaNelle testine Usulután l’artigiano non dimentica mai di abbellire i volti inserendo sui lobi degli orecchini circolari (orejeras). In taluni esemplari si nota una protuberanza a doppia voluta applicata alla punta del naso che molto probabilmente rappresenta un ornamento nasale. L’uso di simili gioielli, applicati in prossimità di alcuni orifizi naturali del corpo (le orecchie e le narici), rimanda ad una funzione magico-rituale di protezione da possibili intrusioni di forze nefaste all’interno del corpo e, allo stesso tempo, di regolazione della forza fisica e spirituale dell’uomo contenuta nel respiro.

TestaTra i diversi tipi di copricapo rappresentati, il più vistoso è senz’altro quello composto da una placca frontale rettangolare con al centro una testa di uccello in rilievo. Le variopinte penne degli uccelli tropicali furono uno dei beni suntuari più commerciati in Centro e Mesoamerica. Con esse si decoravano copricapi e mantelli dei nobili. Alcune teste documentano un altro tipo di acconciatura, questa volta femminile: si tratta di un lungo torciglione di tessuto, composto da strisce avvolte insieme a spirale o intrecciate con i capelli, che cinge la testa passando sulla fronte e formando una specie di corona. Ancora oggi questa acconciatura è usata dalle donne di alcune etnie della vicina area mesoamericana

Il Luogo del Ritrovamento

RITROVAMENTO DEL MATERIALE

Fiume Lempa

Fiume Lempa

La tenuta che Cesare Fabietti bonificò e coltivò a cotone in El Salvador nel 1956-’59, denominata Joya Verde de la Hacienda Nancuchiname, era sita a San Marcos Lempa, nel Distretto di Usulután. I reperti della Collezione vengono da quei terreni. Si tratta di un’area situata sulla riva orientale del fiume Lempa, che archeologicamente appare molto favorevole per l’individuazione di antichi insediamenti agricoli. Pochi anni prima, nel 1953-’54, Wolfgang Haberland aveva condotto una ricerca di superficie in terreni adiacenti: vi aveva riconosciuto una dozzina di tumuli o piccole alture, e trovato una figura umana completa in ceramica assieme a sessantun teste umane o parti di esse.

Lo studio di Haberland ha messo in evidenza che questo tipo di figurine è presente in un’area ben definita che comprende le zone pianeggianti del Dipartimento di Usulután ed anche la regione settentrionale, che si estende probabilmente verso est fino alla valle di Quelepa, nel Dipartimento di San Miguel. La presenza esclusiva nell’area di San Marcos Lempa di questa produzione artistica appare quindi come il prodotto di un’unità culturale speciale, con caratteristiche riconducibili a un gruppo risiedente nel distretto di Usulután, forse appartenenti alle genti Lenca. La Collezione Fabietti conferma in pieno tale ipotesi.

 

CESARE FABIETTI

Cesare Fabietti

Cesare Fabietti

La vita di Cesare Fabietti Cesare Fabietti, nato a Trieste il 4 giugno 1923, laureatosi in agraria presso l’Università di Bologna, era partito nei primi anni Cinquanta per cercare fortuna in America. Dopo un breve soggiorno in Guatemala, si era recato nella Repubblica di El Salvador dove aveva accettato un avventuroso incarico come agricoltore pioniere in una remota area vergine a sud del fiume Lempa, affacciata sull’oceano Pacifico, al fine di impiantarvi una coltura di cotone. Nel 1960 si spostò a Washington D.C., dove si laureò per la terza volta, dopo la laurea italiana e l’integrazione spagnola ottenuta in Guatemala. Trascorse gli otto anni seguenti in viaggi intorno al mondo per la divisione agricola di un’importante società internazionale. Acquisì così una considerevole esperienza in campo agrario in Pakistan orientale (ora Bangladesh), in Egitto, in Colombia e nelle isole Baleari, in Spagna. Nel 1977 la società svizzera per cui lavorava lo inviò in California per investigare sulla fallimentare gestione di una proprietà terriera presso Fresno. Ne assunse la direzione che mantenne per dodici anni: con duro lavoro e una ferma determinazione la portò a ottimi profitti. Negli ultimi anni si occupò di progetti presso l’Università di California, a Fresno, dove inoltre insegnò italiano. Con l’amico di gioventù, l’imprenditore triestino Ernesto Illy, tentò una nuova impresa sul caffè in Guatemala e in Brasile. Il progetto prevedeva un impianto pilota di essiccamento a microonde della ciliegia matura di caffè congelata sul campo, sotto gli alberi: un sistema che evitasse pericoli di fermentazione della polpa, diminuendo così i difetti dei lotti. L’arretratezza dei luoghi e varie difficoltà non consentirono però l’esperimento su una scala abbastanza vasta da risultare valida. Cesare Fabietti morì a San Francisco il 30 dicembre 1999.

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